Lavinia Basso

Life & Job Coach

Essere introverso è il mio asset più importante

“Essere introverso è risultato essere il mio asset più importante”

[articolo tradotto da quietrev.com]

Lo scorso anno, la divisione aziendale a cui appartengo (corporate services) – circa 20 persone – partecipò a una sessione di team building che comportava preventivamente la compilazione del test MBTI – Myers-Briggs Type Indicator. Ricevemmo i report dei nostri profili durante la sessione durante la quale spendemmo la maggior parte del tempo a discuterne i risultati.

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Tipi introversi #5: INFP, i miei principi sono la mia guida

INFP è l’acronimo che descrive una delle 16 personalità secondo il metodo Myers&Briggs. Le personalità INFP hanno una profonda connessione con i valori e le complessità dello spirito umano. Uno dei loro principi fondamentali è che ognuno deve essere ‘autorizzato’ – ed eventualmente aiutato – a essere veramente se stesso.

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Cerchi un (nuovo) lavoro? Prima conosci bene te stesso

Cosa vogliamo dal lavoro? Credo che ci sia profonda confusione al riguardo e per quello che posso vedere credo che la ragione stia nel fatto che viviamo, stiamo vivendo, una fase di cambiamento epocale nel mondo del lavoro, con avanzamenti, progressi, retromarce, un andamento altalenante insomma che genera in tutti noi molta insicurezza e confusione, oltre che un buona dose di paura per il futuro. E dobbiamo ritornare alla base, a noi stessi, prima di tutto.

Credo che siano oramai in molti a volere dal lavoro soprattutto soddisfazione, la soddisfazione di fare qualcosa che ci piace davvero e di migliorare noi stessi e gli altri. Insomma, un lavoro ‘da amare’ , che ci faccia alzare dal letto la mattina con la voglia di correre a farlo.

Spesso però ci si scontra con chi ci dice che il lavoro è semplicemente lavoro: qualcosa che ci dà uno stipendio e che ci permette di vivere la vita che vogliamo (più o meno), e quindi basta con queste menate che cerchi il lavoro che ti piace, che cerchi un lavoro che abbia un senso per te, ma che storie sono mai queste? O peggio: ma chi ti credi di essere?

La verità – credo – è che il cambiamento è così forte che non possiamo né chiedere alla generazione che ci ha preceduto di capirlo, di capirci, di cambiare la propria visione del mondo del lavoro, né però adagiarci su quella visione e andare avanti senza porci domande. Perché le domande arrivano comunque, e tocca quindi tutta a noi la fatica di costruirci – e di stare in mezzo, navigando a vista – un concetto diverso del lavoro.

In un libro recente che ho letto sul tema del lavoro, mi ha colpito questa frase:
“Alongside a satisfying relationship, a career we love is one of the foremost requirements for a fulfilled life. Unfortunately, it is devilishly hard to understand oneself well enough to know quite where one’s energies should be directed”.
Per uscire da questa impasse l’autore suggerisce di capire meglio se stessi, conoscersi meglio, imparare come reagiamo in un determinato contesto e come in un altro, riflettendo e aumentando la conoscenza che abbiamo di noi stessi, la nostra consapevolezza, riguardo le situazioni in cui stiamo bene, lavoriamo bene, ci sentiamo bene.

Follia? Non credo.

Conoscersi, prima. Cercare, poi.

Questa idea del conoscere prima se stessi per poter poi trovare un lavoro che ci soddisfi mi gira in testa da un po’, ed è questo il motivo per il quale ho deciso di approfondire lo studio sulle personalità (partendo dalla mia): credo che solo conoscendosi in maniera più approfondita sia possibile fare i passi necessari e anche utili per trovare un lavoro che ci dia soddisfazione.

Perché uno degli ostacoli più grandi nel trovare un lavoro sta a monte, e consiste nel capire, nello scoprire, che tipo di lavoro fa per noi e ameremmo davvero fare. Non sapere cosa si sta cercando, in fondo, è molto pericoloso perché se non lo sai, né le competenze, né gli studi fatti, né le opportunità del mercato potranno esserti di aiuto. Ma come fare in caso effettivamente non si sappia cosa si sta cercando? Facendo. E accettando la possibilità che possa andare la male, che la prima strada che imbocchiamo non sia quella giusta – ma che potrà darci comunque degli indizi.

I test della personalità (ce ne sono moltissimi online, tra cui 16personalities.com) sono un buon inizio, un primo passo diciamo, ma vanno poi in qualche modo resi reali e tagliati su misura di ognuno di noi, scendendo dall’inevitabile genericità alla specificità di ogni individuo. Già, ma come?

Dal generale al particolare: lavora su di te

Fare il test è un inizio, e va bene anche leggersi, rileggersi e riflettere sull’esito. Benissimo. Poi però bisogna agire. E un’idea potrebbe essere per esempio fare un elenco dei propri punti di forza e vedere se corrispondono a quelli del risultato del test; se non corrispondono, può essere che di qualcuno di essi non ci siamo mai resi conto (anche se magari qualcuno dei nostri amici ce l’aveva fatta notare)? Oppure può essere che non l’abbiamo mai sfruttata abbastanza, finora?
Vale la pensa prendersi del tempo, e un bel quaderno, per mettere nero su bianco tutte le riflessioni che ci arrivano.

Lo stesso lavoro, e a maggior ragione, sarebbe bene – e utile – farlo per i punti di debolezza, chiedendosi cosa si può fare per migliorare, partendo da piccole cose, da piccoli passi: cosa posso fare oggi per migliorare questo aspetto? Quale piccolo passo posso fare oggi per ‘combattere’ questa mia debolezza? E così via.
Questa è solo la prima parte della fase ‘agire’… poi bisogna farlo davvero!

Pian piano scopriremo cose su di noi che non sapevamo, aspetti che non volevamo vedere o che tenevamo ben nascosti: è faticoso, è sicuro questo. Ma di grande soddisfazione. Anche perché, alla fine, avremo un quadro più completo di noi stessi e da lì potremo orientarci meglio nel capire cosa ci piace, cosa vogliamo e come – anche e soprattutto con riguardo al lavoro.

La chiarezza arriva solo con l’azione.

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Perché per gli introversi è più facile scrivere che parlare?

[articolo tradotto da Introvert, Dear]

“Oh, mi piacciono i podcast!” dissi all’intervistatrice che mi stava registrando come ospite nel suo podcast, “ne ascolto almeno uno al giorno”.
“Davvero?” – replicò lei – “e qual è il tuo preferito?”
“Mmm… ecco…”. Merda! Ascolto quel podcast ogni settimana! Perché non mi viene il nome?” “È quello della NPR (la radio pubblica)… mmmh…aspetta…”. Non riuscii a tirar fuori il nome se non dopo averlo cercato su Google. E a quel punto la conversazione era già proseguita su altro, e il punto che stavo cercando di raggiungere morì di una morte pubblica e goffa.

La storia della mia vita. Quella non fu la sola volta che andai in tilt, sotto pressione. Colloqui di lavoro e appuntamenti erano il peggio. “Raccontami di te” spesso si risolveva in una momentanea ma totale perdita di memoria su tutto ciò che avevo mai fatto.

Anche in situazioni meno difficili, come in una conversazione con un amico, ho bisogno di qualche secondo per pensare prima di parlare. E non è insolito che io abbia pensieri che fluttuano nella mia testa ma che non riesco a tradurre in parole.

Perché parlare è così difficile per un introverso? Ecco cosa dice la scienza.

Gli esseri umani sono predisposti per il ‘visual thinking’

A tutti, in certe occasioni, è capitato di  ‘non trovare le parole’ o di sentirsi la lingua secca, anche gli estroversi. La ragione può essere collegata a come è connesso il cervello umano. Uno studio dell’Università di Harvard suggerisce che gli esseri umani sono più propensi, predisposti, verso il pensiero ‘visuale’ che verso il ‘pensiero verbale’.

Ciò significa che le persone tendono a pensare per immagini, non per parole. Secondo gli scienziati, questa tendenza è insita nella parte più primitiva del nostro cervello, e questo potrebbe essere dovuto al fatto che il linguaggio è una evoluzione piuttosto ‘recente’ dell’essere umano (che ha cominciato a parlare ‘solo’ 100.000 anni fa).

Le immagini che vediamo nella nostra mente, quindi, devono essere tradotte in parole. Nessuna sorpresa quindi che alle persone, ogni tanto, si secchi la lingua: i nostri cervelli fanno una gran fatica!

Ma questo non è tutto – specialmente se si tratta di introversi.

Perché per gli introversi è peggio?

Per gli introversi ‘trovare le parole’ sembra ancora più difficile. Se appartieni alla categoria, ti sarà successo di trovarti con un estroverso che non smette nemmeno un secondo di parlare. Nel mentre, i tuoi pensieri sono come bloccati dentro la tua testa e non c’è verso di farli uscire con la stessa eloquenza, a volte nemmeno di farli uscire tout court.

Il problema degli introversi con le parole fa sì che spesso vengano etichettati come ‘silenziosi’ o ‘timidi’. Ci fa apparire come se non sapessimo ciò di cui stiamo parlando, anche se spesso abbiamo intuizioni profonde e siamo esperti di un certo argomento. Ma in una società che dà valore a chi parla tanto e velocemente, può essere davvero dura essere un introverso!

Potrebbe essere che gli introversi utilizzino di più la memoria a lungo termine

Una delle ragioni per cui parlare potrebbe essere particolarmente complesso per gli introversi ha a che fare con la memoria a lungo termine. Le informazioni custodite lì sono per lo più fuori dalla nostra consapevolezza cosciente. Come dice il nome stesso, la memoria a lungo termine contiene informazioni che sono conservate da lungo tempo. Alcune di queste informazioni sono abbastanza facili da recuperare, altre molto più difficili.

La memoria a breve termine, all’opposto, è invece limitata e trattiene informazioni per pochi secondi. È quella che ci mette le informazioni sulla punta della lingua: è facile da raggiungere, ma non trattiene l’informazione a lungo a meno che noi non decidiamo di spostare quell’informazione nel ‘cassetto’ della memoria a lungo termine.

Nel suo libro del 2002, The Introvert Advantage, Marti Olsen Laney scrive che gli introversi tendono a favorire l’utilizzo del ‘cassetto’ della memoria a lungo termine mentre gli estroversi fanno l’opposto. Tirare fuori le informazioni dal cassetto della memoria a lungo termine può essere difficile: hai bisogno della giusta ‘chiave’ per aprirlo, una sorta di parola chiave che ti faccia da ponte verso l’informazione che stai cercando.

Per esempio, diciamo che stai cercando di ricordarti il tuo primo appuntamento con tuo marito; passate davanti a un ristorante italiano e senti profumo di carbonara. BAM! Quel profumo ti fa ricordare il piatto che avevi preso a quell’appuntamento ed è la chiave che ‘apre’ il cassetto della memoria a lungo termine contenente altre informazioni su quella serata.

Raggiungere quindi le informazioni contenute nella memoria a lungo termine può essere un processo lungo e complesso, e questo potrebbe spiegare perché, per gli introversi, parlare è a volte così difficile.

L’ansia non aiuta e rende difficile pensare

Un’altro motivo per cui parlare può risultare difficile per gli introversi ha a che fare con l’ansia. Non tutti gli introversi sono ansiosi – e non tutti gli ansiosi sono introversi: ma c’è sicuramente una sovrapposizione tra introversione, timidezza e ansia. Anche se un introverso non soffre di ansia in modo patologico, non è insolito che provi un po’ di ansia in mezzo alle situazioni sociali. Del resto, la sua comfort zone è a casa, nella sua tana.

Chiunque abbia sofferto di ansia sa che è mentalmente drenante, e questo ‘prosciugamento’ può rendere difficile pensare, concentrarsi e ritrovare le informazioni. Il cortisolo, l’ormone dello stress, viene rilasciato proprio durante gli stati di ansia e interferisce con la memoria e la concentrazione, tra le altre cose.

La scrittura segue altri sentieri – e per questo è più facile per gli introversi

È noto che gli introversi amano la scrittura. Molti degli scrittori professionisti sono introversi dichiarati: da John Green a J.K. Rowling, e anche se non siete introversi che scrivono per vivere, probabilmente preferite scrivere messaggi e email piuttosto che parlare al telefono.

Perché per molti introversi scrivere i propri pensieri è più facile che parlare? Secondo Laney Olson, per scrivere si usano ‘strade cerebrali’ diverse da quelle usate per parlare; e questi sentieri sembrano più facili per gli introversi. Se senti che la tua mente va in bianco, la miglior cosa da fare è provare a rilassarti e lasciare che la mente vaghi. Perché quando la mente è libera di vagare potrebbe riuscire a incappare in quella chiave necessaria per tirare fuori dalla memoria il ricordo che cerchi. Prendi tempo dicendo “ho bisogno di un momento per pensarci”. Se nulla funziona, dì alla persona che glielo farai sapere dopo, con un messaggio o un’email.

[da settembre 2018, ogni mese pubblicherò un post tradotto dall’inglese, tratto da blog, siti o libri non tradotti in italiano] 

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ISTJ, pianificatori, meticolosi e orgogliosi

Tipi introversi #4: ISTJ, pianificatori, meticolosi e orgogliosi

Il tipo di personalità introversa ISTJ  è uno dei più diffusi (circa il 13% della popolazione secondo alcuni)e le sue principali caratteristiche sono l’integrità, la logica, il pragmatismo e l’instancabile dedizione al dovere. Rispettano le regole e si aspettano che tutti, ma proprio tutti, facciano altrettanto. Si considerano persone alla mano, sagge e corrette. Imparano attraverso l’esperienza diretta e non dimenticano mai le lezioni che hanno imparato.

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