Coraggio, vulnerabilità e appartenenza sono alcuni dei temi su cui incentra la sua ricerca Brenè Brown, docente di sociologia all’Università del Texas. L’ultimo suo libro, Braving the wilderness, è un saggio molto interessante sulla necessità di ‘appartenere’ (belonging) soprattutto a se stessi, di essere fedeli in ogni momento a ciò che siamo e a ciò in cui crediamo, e sulla necessità di far sentire la propria voce per restare fedeli ai propri valori, soprattutto nella complicata società attuale.

Coraggio

Se penso a tutte le volte che ho preso porte in faccia perché esprimevo opinioni diverse dal resto del gruppo di cui di volta in volta facevo parte… mi fa ancora male faccia! Quando ero bambina mi veniva più facile perché – benché silenziosa e riflessiva, introversa insomma – ero molto sicura di me, mi sentivo molto coraggiosa e non avevo problemi a dire la mia, magari anche aggiungendo che erano gli altri a sbagliare (o a non capire nulla…)

Crescendo hanno cominciato a prevalere gli aspetti silenziosi e riflessivi, un po’ c’entrava l’adolescenza, un po’ perché dopo diverse porte in faccia ho cominciato a pensare che non ne valesse la pena, che costava troppa fatica, che preferivo silenziarmi piuttosto che rimanere da sola a difendere le mie idee più o meno strampalate.

Però non ha funzionato un gran bene, uscita dal buio dell’adolescenza mi sono resa conto che facevo le cose senza crederci davvero, senza sentirle veramente mie. Ho cominciato a ri-sentire di fare ciò che volevo quando ho cominciato a dire dei no piuttosto ‘forti’ rispetto a delle scelte che non volevo fare – ma che qualcun altro spingeva perché io facessi. Non ce la facevo proprio, non c’era verso: sono stata malissimo a dire quei no, ma stavo peggio quando a testa bassa mi dicevo che dovevo dire sì, e non pensarci più.

Il mio coraggio l’ho ritrovato qualche anno fa, ma non è un’acquisizione ‘per sempre’, è una cosa che alimento di giorno in giorno, di settimana in settimana, ed è quello che sto cercando in questo momento per raccontarvi che alcune volte, a differenza di quel che vediamo nel mondo patinato là fuori, le cose vanno male. O non vanno come avevamo previsto. Ma che si sopravvive – sono qui, infatti!

Il mio Club degli Introversi, una cosa cui tengo molto e in cui credo molto, non ha funzionato – non come speravo almeno. Al di là della considerazioni che sto facendo e che continuerò a fare sul perché non ha funzionato, oltre ai feedback che sto chiedendo e chiederò in giro, l’ho presa (molto) meglio che in passato. Non ne ho fatto una tragedia, insomma, il che lo considero un grosso passo in avanti. Ci ho provato, è andata così – male – ma pazienza. Per me, in questo momento, vale di più il ‘ci ho provato’, perché in altri momenti non ci avrei nemmeno provato. In altri momenti avrei continuato a macinare e rimacinare l’idea nella mia testa senza fare nulla, o facendo qualcosa molto tardi e magari quando qualcun’altra l’aveva già fatta. Questa volta no, l’ho fatto, non è andata, pazienza.
Troverò comunque il modo per raggiungere l’obiettivo, che era e resta quello di essere di aiuto agli introversi: se questa non è la strada giusta, ne troverò un’altra.

Questo post insomma è per dire che non sempre le cose, i progetti che facciamo, i servizi o i prodotti che proponiamo nell’ambito del nostro business vanno bene, ma se sei uno che lavora in proprio, un imprenditore insomma (piccolo piccolo forse, ma pur sempre quella roba lì), il rischio c’è, è insito nel fare impresa, e ce lo dobbiamo ricordare ogni giorno. Non c’è certezza che quello che proponiamo andrà bene, né che andrà male (e questo è un sollievo!), ma dobbiamo comunque metterlo in conto: potrebbe essere un buco nell’acqua, un fallimento. L’importante è non fare l’equazione ‘ho fallito = sono un fallito’.
Ho fallito, sì. Riproverò!
Ma non sono una fallita…

Vulnerabilità

Questo mi rende vulnerabile, in questo momento? In questo momento preciso in cui sono davanti alla tastiera a scrivere: sì, molto. Lo sto mettendo nero su bianco e lo sto comunicando al mio piccolo mondo, una cosa che mi rende assai vulnerabile e anche brrrr, mi fa sentire un po’ troppo esposta, cosa che per la mia introversione è un colpo quasi mortale (peggio dell’aver fallito!). Ma mi sento anche molto forte. E molto coraggiosa. Come quella bambina che a scuola diceva la sua e pensava di avere sempre ragione…

Ho abbandonato (per un momento) la zona di comfort, ho provato diverse cose e questa in particolare non ha funzionato. Dirlo ad alta voce mi fa quasi sentire meglio, isola la questione, la relativizza. È una sola delle tante cose che faccio che non è andata come desideravo e “(…) invece di vedere una catastrofe come possibile risultato, dico “Sono così grata, perché sentirsi così vulnerabile significa che sono viva.” E l’ultima cosa, che credo sia probabilmente la più importante, è credere che siamo abbastanza. Perché quando lavoriamo da un luogo dal quale possiamo dire “Sono abbastanza” allora smettiamo di urlare ed iniziamo ad ascoltare, siamo più gentili con la gente che ci sta attorno, e con noi stessi.” (Brené Brown, cit.)

Appartenenza

Quando ho preso in mano il libro Braving the wilderness, attratta soprattutto dalla parola ‘wilderness’ (oltre che dalla incommensurabile stima per Brené Brown), ho pensato subito a Into the wild, un film che mi è entrato nel cuore. E il libro non mi ha deluso, perché spiega molto bene una cosa fondamentale: la differenza tra ‘fit in‘ e ‘belonging‘. Ci adattiamo (fit in) quando vogliamo sopra ogni cosa essere parte di qualcosa, di un gruppo, di una comunità, di una cerchia, ma lo facciamo dimenticando chi siamo veramente e cosa ci guida, quali sono i nostri valori.
Proviamo e sentiamo appartenenza vera con gli altri (belonging) quando rimaniamo fedeli a noi stessi, a quello che siamo e a ciò in cui crediamo nel profondo: è questo l’unico modo per ‘appartenere’ davvero a qualcosa.

E appartenere, fare parte di, è un bisogno primitivo e fondamentale dell’essere umano, di cui non possiamo fare a meno. Me lo ripeto (anche se oramai mi pare di averlo imparato) e lo ripeto alle persone introverse che conosco e con cui lavoro e che ogni tanto confondono il bisogno di solitudine con la vita solitaria, e si raccontano che per stare bene non hanno bisogno di stare con nessuno: mi sembra una scelta estrema, alla lunga dannosa e pericolosa. Anche noi introversi abbiamo bisogno degli altri, di relazioni importanti e significative con le persone, anche se a modo nostro.

Nel mio caso, quando diversi anni fa ho cominciato a sentirmi degna di appartenere a qualcosa, ho fatto una fatica enorme a raggiungere il risultato desiderato, ossia la capacità di affermare quello che penso senza (quasi) remore e con piena coscienza che il mio pensiero avesse lo stesso valore di quello di chiunque altro. Non è stato facile, anche perché i feedback non erano esattamente incoraggianti – almeno fino a un certo punto della mia vita – ma forse i motivi erano anche altri.

Oggi è un po’ diverso, so che parte di questa ritrosia ad espormi è dovuta alla mia introversione e so come gestirla, fino a dove ho voglia di spingermi e dove no, non credo che ne valga la pena perché i benefici sono molto inferiori allo sforzo e all’impegno che ci devo mettere. Ho imparato che devo continuare a sforzarmi di crescere, di evolvere, di migliorare, ma ho anche imparato che alcune cose, alcuni aspetti, devo prenderli così per come sono, accettarli, fare pace con loro e con me stessa e vivere felice.
Non succederà mai che io riesca a non piangere davanti a una scena minimamente commovente, per dire, e va bene così.
Non succederà mai che, per paura della vulnerabilità, mi giri dall’altra parte. E va bene così.

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