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Come sarà

il lavoro di domani?

Newsletter Lavoro 17 maggio 2020
Lavinia_Basso-348_Autostima

Ciao,

arrivo in ritardo anche questo mese, ma ho voluto anche sfidare un po' la sorte: newsletter n. 17, spedita il 17, alla vigilia di una nuova fase che per certi aspetti (quelli sanitari soprattutto) mi lascia molto perplessa.

Nel corso di questo mese appena trascorso ho letto molto sul lavoro, per farmi un'idea di dove pensiamo di andare, di come evolveremo (e se), e ho le idee ancora confuse.
Però credo che valga ancora una volta quello che ho scritto nella scorsa NL: ognuno di noi deve assumersi il suo pezzo di responsabilità, e soprattutto una responsabilità tutta personale su ciò che vogliamo, e su quello che dobbiamo fare per ottenere ciò che vogliamo, senza aspettare che un qualcosa di superiore (il Governo, lo Stato, Dio, o chi altri) intervenga a modificare la nostra situazione. Questi 'enti' possono venirci in aiuto, e quindi concorrere positivamente alla nostra felicità e soddisfazione lavorativa, ma certamente il grosso della responsabilità - e credo che sia un bene - è sulle nostre spalle.
Nelle ultime conversazioni con i miei clienti ho sentito forte questa necessità di trovare insieme una via che fosse quella giusta per la persona in questione, e credo anche che questa sia una caratteristica distintiva di chi mi cerca per lavorare assieme.
Perché non c'è nessuno più esperto di noi stessi per sapere cosa vogliamo dalla nostra vita e dal nostro lavoro.

Qual è il tuo orario di lavoro?

Secondo alcuni, la pandemia ci ha trascinati nel futuro del lavoro molto prima del previsto, in particolare con riguardo all'orario di lavoro, e c'è da chiedersi se il sistema 9-5 funziona ancora o se la settimana lavorativa di 4 giorni diventerà più diffusa.
Fantascienza? Non credo.
L'orario di lavoro 9-5 che consideriamo la 'normalità', in realtà è un orario a cui si è arrivati ad un certo punto del processo di industrializzazione, non dall'inizio: nel 1800 l'orario lavorativo era attorno alle 100 ore settimanali (!) ed è solo verso la fine di quel secolo che si è cominciato a parlare della sua possibile riduzione, poi avvenuta ad opera della Ford Motor Company che abbassò tale orario a 48 - meno della metà, faccio notare. Era il 1914.
Siccome effettivamente la produttività non ne ebbe un contraccolpo, ma anzi aumentò, in molti seguirono l'esempio di Ford e abbassarono le ore lavorative settimanali.
[Questo per dire, innanzitutto, che nulla è impossibile!]

Oggi, 2020, noi siamo fermi a quel paradigma.
Anzi, peggio: in molti uffici, in molte aziende, il fatto di essere sovraccarichi di lavoro e di lavoro ben oltre l'orario prestabilito o fissato nel contratto, è un vanto, una cosa di cui andare fieri.
E' ora di piantarla lì, con questo pensiero.
Lo sappiamo tutti, TUTTI, che 10 o 12 ore passate in ufficio o genericamente 'al lavoro' non ci fanno produrre di più di quello che faremmo in 6. Ho lavorato in posti dove se uscivi prima delle 8 (entrando alle 9) eri uno sfaticato, ma la realtà è che - mi vien quasi da dire 'per forza di cose' - non lavoravo mai 11 ore, ma che scherziamo? E tutto quello che avevo da fare lo finivo molto prima. Non credo di essere un fenomeno, eh? E non credo di essere sola.
La verità è che se il lavoro è ben organizzato e tu sei fortemente concentrato, 6 ore di lavoro 'vero' sono più che adeguate; il problema sta tutto in quel 'se', perché molto spesso, ma molto molto molto spesso, il lavoro è del tutto disorganizzato, farraginoso, costantemente interrotto da richieste e costellato di riunioni che non finiscono mai e grazie alle quali non si arriva mai a un punto, a una decisione definitiva. Sbaglio? Non credo.
Da quando lavoro in proprio mi organizzo da sola - ed è assolutamente un privilegio. Ma so che quando, dalla x ora, devo fare una certa cosa, la mia testa è solo su quella cosa e non mi scollo finché non l'ho conclusa - e so anche abbastanza con precisione quanto ci metterò (anche perché - salvo che in questo periodo di pandemia - nessuno mi disturba, non mi interrompo per il caffè né per rispondere alle richieste di chicchessia, rimando tutto a dopo).

Quello che però ho sentito dai vari amici, conoscenti e clienti che sono (o sono stati) in smartworking in questo periodo è che il controllo, salvo rari casi, era piuttosto 'opprimente', della serie: "non ti ho sotto gli occhi, chissà cosa stai facendo anziché lavorare le ore previste". Ecco: è ora di finirla. Ma molto seriamente. Mi hai dato qualcosa da fare, e l'ho fatto? Siamo a posto. Il quando e il come - e soprattutto il tempo che ci ho messo - non ti riguardano. Potrei averlo fatto seduta sul divano, alle 3 del mattino, ascoltando la musica, che importa? L'importante è che ho fatto quel che dovevo e te l'ho consegnato alla scadenza prevista. Perché se lo smartworking è fare il lavoro a casa come quando lo faccio in ufficio, non ci siamo capiti sul concetto.
Già, ma come si fa a ottenere questi cambiamenti (sento salire la domanda)?
Si chiede, tenacemente, e si rompe le scatole a chi ha il potere di introdurli. Il lavoro agile, o smart, è una possibilità che renderebbe infinitamente più semplice la vita a molte persone, di cui la stragrande maggioranza donne. E che spesso è previsto dai contratti! Bisogna esigerlo! Combattere per ottenerlo!

Questo per concludere che il tema dell'orario di lavoro, in una società lavorativa che non è più, in larga parte, product-based, ma service-based, non ha più senso che sia un tema, perché il tema vero è solo, e soltanto, la produttività.


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E buona fase 2!
Lavinia

Chi sono

Sono una Job coach e una Life coach: il mio lavoro consiste nell'aiutare le persone a essere soddisfatte e felici di quello che fanno e di quello che sono, aiutandole a trovare una nuova strada, sul lavoro e nella vita.
Perché la strada giusta c’è, per ognuno di noi. A volte però abbiamo bisogno di qualcuno accanto che faccia il tifo per noi, ci aiuti nella ricerca, ci dica come fare per trovarla: quella sono io.
Se vuoi vedere cosa faccio, puoi dare un'occhiata alla pagina Per il tuo lavoro
Sono sorridente, di poche parole ma sono molto brava ad ascoltare perché sono un’introversa.

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