Alle volte ci sembra di continuare a non riuscire a trovare la soluzione, il bandolo della matassa di un problema, di una situazione che ci disturba, di un problema che ci perseguita dal mattino alla sera, costantemente. Ci sembra di essere immersi nella nebbia, e di non riuscire a uscirne: più spalanchiamo gli occhi, e meno vediamo.

Lo guardiamo, lo riguardiamo, ci ragioniamo, cerchiamo di vedere tutti gli aspetti possibili, e quindi tutte le soluzioni possibili, ma niente, non troviamo una via d’uscita.

A volte ci convinciamo anche che una via d’uscita non c’è, visto che non riusciamo a trovarla.

Tony Robbins, coach di fama internazionale, amato o odiato ma comunque di grande impatto, ha detto che “A coach sees what you can’t see” (un coach vede ciò che tu non riesci a vedere), e a me sembra una efficacissima descrizione di cosa succede quando abbiamo a che fare con un coach.

Lo so bene perché è successo anche a me, perché alcune parole, alcune frasi, che la mia coach mi ha detto e mi dice mi rimangono scolpite nella testa come nella pietra, non le dimentico più. Meglio: ciclicamente mi ritornano in mente e mi dico: ‘ah sì, certo’.

Sono spesso frasi forti, non esattamente carezze ecco, frasi che ti hanno colpito, che hanno colpito nel segno: è per questo che non te le dimentichi. Ma che sono anche servite tanto, ti hanno invitato a esplorare, a guardare in un’altra direzione, a cambiare strada.

Come si cambia strada?

Già ma come si fa a “cambiare strada”? Un’altra frase che mi rigira continuamente nella testa dice ‘If you do what you alway did, you will get what you always got’ – è una frase fatta, direte. Sì e no.
Sì, è una frase da Flow (peraltro rivista bellissima) e da cioccolatini forse, ma come sempre un pizzico di verità c’è, anzi direi più che un pizzico. Se pensi che le cose cambieranno ripetendo continuamente le stesse parole, azioni, comportamenti, stai solo aspettando che ‘succeda’ qualcosa, che qualcuno cambi le carte in tavola per te, che la vita ti presenti una soluzione su un piatto d’argento. Ecco, non vorrei deluderti ma: non accadrà.

Aspettarsi che qualcosa cambi senza che noi facciamo niente è un’illusione, o una vana speranza.
Se vuoi cambiare qualcosa, devi farlo tu, sei tu che devi agire, che ti devi muovere, che devi cambiare le parole che usi, i pensieri che fai, il modo in cui ti poni, il bar che dove vai ogni mattina; sei tu che devi agire per trovare una soluzione.

Agire. Non (solo) pensare

Pensare, riflettere, ragionare, è molto bello e interessante (lo so bene, fidati, tanto che a volte vorrei avere un bottone da spegnere), ma se poi non sperimenti, non fai, non agisci, non cambierà nulla.

È questo che fa la differenza: chi vuole cambiare qualcosa, qualsiasi cosa, agisce. Agisce in prima persona. Non si aspetta che altri lo faccia per lei/lui, non è passivo, ma attivo.

La nostra vita cambia se noi agiamo per cambiarla.

Se dopo aver pensato che non ci piace, aver riflettuto che così non va, aver ragionato sulle possibili soluzioni, vie d’uscita, opzioni, cominciamo a sperimentarne qualcuna, di queste opzioni. Magari al primo tentativo andrà male: pazienza, a chi è andata sempre bene?

Ma come si fa, davvero, a cambiare?

Tante amiche mi chiedono come ho fatto a cambiare (lavoro, ma non solo), e a ‘rimettermi in gioco’ in un momento così difficile come i 40 anni, tempo di bilanci. Premetto che non ho percepito i 40 anni come un momento di bilanci (chissà magari lo farò ai 50, vedremo), e quindi non sono partita con l’idea di fare un bilancio, non mi sono detta ‘è ora’.

Se a un certo punto della tua vita ti accorgi che una cosa non può più andare, ciò è indipendente dalle alternative. In altri termini, non dovrebbe essere soltanto la possibilità di fare qualcos’altro a chiarirci che non possiamo continuare a fare ciò che stiamo facendo.  (A. Gazzola)

La verità è solo che non stavo bene dove stavo, ma non sapevo cosa fare: ecco da cosa sono partita, molto banalmente. Nessun licenziamento, niente di eclatante, diciamo. Ma è da dove partiamo più o meno tutti, in realtà.
E poi ho cominciato a pensare, riflettere, elaborare, valutare pro e contro, fare analisi di ogni genere, tanto che il cervello cominciava a emettere fumi da surriscaldamento. E la (mia) verità è che la risposta non sta nel cervello, non è lì che la troveremo anche se è sempre lì che la cerchiamo. La risposta sta nella pancia. E la mia diceva ‘vai via, via. Basta. Non va più bene per te, vattene’ e alla fine l’ho ascoltata, e sono andata.

Come? Chiudendo gli occhi e tuffandomi. Non ho un ‘come’ vero e proprio da condividere, in realtà, non ho una ricetta, soprattutto non c’è una ricetta valida per tutti: ognuno ha la sua storia e il suo percorso, ognuno parte da un punto diverso e vuole arrivare in un punto diverso.

Un passo alla volta

Credo che però il primo passo sia ascoltarsi.
Non ci siamo affatto abituati, e quindi è difficile, a volte difficilissimo. Ma non impossibile. Farci delle domande, provare a rispondere. Senza barare, senza dirci quello che gli altri vorrebbero sentirci dire, ma dicendo quello che noi vogliamo sentire uscire dalla nostra bocca. Anche se fa paura, una paura matta. Anche se gli altri ci prenderanno per pazzi, ingrati, schizoidi, inconcludenti, irresponsabili, … perché è in fondo questo quel che ci blocca di più, che ci fa più paura – che a me ha fatto tanta paura: cosa diranno gli altri? Cosa penseranno le persone che mi vogliono bene? Mi vorranno ancora bene? Diranno cose terribili di me? Diranno che ho buttato tutto alle ortiche, che non so cosa voglio, che così non si fa, che sono pazza, che il lavoro è lavoro, che ‘tanto cosa vuoi fare’, che ‘da te non ce lo saremmo mai aspettato’?
Sì, lo diranno. Probabilmente. O forse non lo diranno apertamente ma lo capirete lo stesso.
È questo il grande ‘come’: come lo affronto tutto questo? Come mi difendo? Come reagisco, come provo a far capire che?

La cosa principale che ho capito è che in quel momento devi solo trovarti degli alleati, dei fan, dei supporter, dei tifosi, e stare lontano da tutti gli altri. Forse capiranno, forse non capiranno, non lo so. Dipende. È un problema che affronterai dopo.
Ma per andare avanti sulla nuova strada hai bisogno di qualcuno che sia dalla tua parte, che sia con te incondizionatamente, che faccia il tifo per te. E che magari si metta sulla strada con te, chissà.

E ora a te!

Come ci si ascolta? Che domande ci si fa? Prova con queste:

  • Quali sono i tuoi bisogni?
  • Di cosa hai bisogno perché la tua giornata sia ‘una bella giornata’?
  • Cosa ti fa schizzare fuori dal letto la mattina?

Prendi carta e penna e metti tutto nero su bianco.

Quando senti di avere bisogno di una mano, contattami!