Quante volte ti sei astenuta dal dire o più spesso dal fare qualcosa, in attesa che fosse “tutto a posto”? Quante volte hai rimandato, pensando che “ancora non ci siamo, c’è qualcosa che ancora…”? E quante volte hai abbandonato strada facendo un progetto, un’attività perché non era – secondo i tuoi standard – perfetto? Se queste volte sono state tante, hai un problema con il perfezionismo, che non è aspirare al meglio ma avere paura di sbagliare. Sei una “Little Miss Perfect” ed è ora di cambiare!

Il perfezionismo è quella cosa che anziché spingerci a fare il meglio, ci ingabbia dentro la paura di sbagliare. E’ ora di abbandonarlo!
Il perfezionismo è il male assoluto, la voce dell’oppressore, il nemico delle persone, dice Anne Lamott, ed è davvero così, è una sottile, affilata e devastante arma bianca che usiamo per impedirci di essere e di fare. Il pensiero che lo sostiene è che se facciamo tutto per bene, ossia alla perfezione, nessuno esprimerà un giudizio negativo su di noi. Ma è davvero così? Non potrei esprimere un “non mi piace” anche davanti a qualcosa di perfetto?

Perfetto vs ben fatto

Vorrei in primo luogo chiarire che ambire alla perfezione non è di per se un approccio negativo; lo è solo se diventa una scusa per non fare, un scusa per procrastinare, un modo per rimanere immobili. Volere il meglio, voler fare il proprio meglio, è tutt’altra storia: è desiderare e impegnarsi al massimo affinché una certa attività sia fatta nel modo migliore. Ma quando mi sono impegnata e ho dato il massimo, posso essere soddisfatta e mostrare al mondo quel che ho fatto. Probabilmente qualcuno avrà da ridire su qualcosa, ma è così, tante teste, tanti pensieri diversi.

Ma aspettare la perfezione non ha senso, per vari motivi:

  1. la perfezione non esiste
  2. il tuo concetto di perfetto potrebbe non coincidere con quello di chi guarda/legge/riceve ciò che hai fatto
  3. la ricerca spasmodica della perfezione rischia di impedirci (anzi sicuramente lo fa) di entrare in connessione con l’altro e in definitiva di crescere.

Senza contare, come dicono gli anglosassoni, che “Done is better than perfect” (Fatto è meglio che perfetto), perché la verità è che quando ci incaponiamo per fare perfettamente una cosa è perché quella cosa ci fa fottutamente paura, e cerchiamo di rimandare il più possibile il momento in cui dovremo farla vedere a qualcuno.

Perfezionismo e autostima

Il perfezionismo mina la nostra autostima, con la sua insistenza verso un qualcosa che è impossibile da raggiungere: tutte le volte che non arriva a raggiungere la perfezione, il (più spesso:la) perfezionista si fustiga, si da dell’incapace, si tratta come se avesse commesso un peccato mortale. E da lì a scendere verso un dialogo interiore incentrato su “non ce la farai mai”, “ma non vedi che roba orribile che stai facendo/scrivendo/disegnando” e così via.
E così facendo arriviamo al punto di non provare mai a fare qualcosa di nuovo perchè la fatica di intraprendere questo viaggio e la paura di fallire (!) sono così forti da lasciarci interdetti.

Da dove arriva il perfezionismo?

Sì, ok, poi possiamo dire che siamo state educate secondo lo schema per cui, quando qualcosa era ben fatto (un buon voto, un bel disegno) tutto quello che ci arrivava – parlo per me, almeno – era un “hai fatto solo il tuo dovere”, o giù di lì. Un “brava”, mai! Solo di fronte a un 10; solo di fronte alla perfezione.

Ok, dicevo, possiamo dircelo, però non è che possiamo dare tutta la colpa ai nostri genitori e all’educazione ricevuta, siamo un po’ grandi per farlo, no? Allora forse bisogna cominciare a dire noi per primi “bravo” e “brava” ai nostri figli, ai nostri compagni, alle amiche, agli amici, eccetera.

Con i figli e con i collaboratori

Simon Sinek dice che le aziende funzionerebbero molto meglio se ai vertici ci fossero dei veri leader, gente che sa che cos’è la leadership e come esercitarla. E che si comporti come si comporrebbe un genitore con un figlio: lo prepara e lo lascia andare, lo fa provare e poi lo aspetta con qualsiasi risultato e lo accoglie pur sempre come un figlio, che può fare bene ma può anche sbagliare. E poi lo aiuta a riprovare, a rimettersi in gioco, a fare meglio, a impegnarsi (Sinek lo dice qui).

Anch’io nel mio piccolo ci provo con le mie figlie, perchè sono convinta che un “brava” funzioni di più di tanto altro, se ci si è impegnati e si è ottenuto un buon risultato (buono. Non perfetto!). Un “brava” al posto di uno svilente “hai fatto solo il tuo dovere”. Lo facciamo facilmente quando sono piccoli di fronte ai loro (aehm… inguardabili) lavoretti, poi però quando crescono un po’ ce ne scordiamo. Invece no. Bisogna continuare! Soprattutto con la scuola che invece molto spesso utilizza un sistema poco adeguato alla costruzione dell’autostima dei giovani.

E smetterla con l’equazione buon lavoro = lavoro perfetto. Un buon lavoro è il risultato del fatto che ti sei impegnato, al massimo delle tue capacità. E quindi ti dico bravo.

La perfezione NON ESISTE!

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