Alzi la mano chi si sente in pace con se stessa uscendo dall’ufficio alle 5, o qualunque sia l’orario ufficiale di ‘fine lavoro’.
Alzi la mano chi si sente serena a uscire con le amiche lasciando i figli a casa.
Alzi la mano chi non si sente in colpa ad uscire di casa senza aver ‘messo a posto’.

Una delle ultime volte che sono uscita, la grande mi ha chiesto “Esci anche stasera?” (PREGO???). Al mio ritorno ho trovato sul cuscino un bigliettino straziante che diceva: “mamma, perché esci quasi sempre? (Sempre???) Io voglio stare tutto il tempo con teeeeee”.

Ora: ok, lì per lì mi sono sciolta, e una vocina dentro di me mi ha anche detto ‘che madre che sei, ma non ti vergogni?’, vocina alla quale ho subito risposto ‘no, non mi vergogno affatto’.
Mi sono anche detta che tra qualche anno non succederà mai più (piuttosto l’opposto), e l’indomani ho parlato con mia figlia spiegandole che… esattamente come lei ama stare con le sue amiche e fare le feste, lo stesso vale per me.

E ho continuato a uscire (nei limiti del possibile, sempre meno di quanto vorrei). E a divertirmi.

La verità è che questo mi succede OGGI. Ma non è stato sempre così. Però sono contenta di essere arrivata fin qui. Contenta di aver lottato prima di tutto contro me stessa per convincermi a concedermi tempo e spazio, per me, sì, solo per me. All’inizio è stato difficilissimo, e del tempo e spazio che mi ritagliavo poi mi trovavo a dire ‘e ora che faccio?’, non ero più abituata. Credo che sia vero un po’ per tutti, in particolare per le donne, per chi è madre un po’ di più.

Come si fa? Si fa!

Come si fa? – mi ha chiesto una cara amica – come si fa a prendersi i propri spazi e non sentirsi in colpa rispetto a figli/compagno/casa?
Si fa. Nel senso vero del termine: si agisce. Si comunica per esempio a figli e compagno che dalle 16 alle 18 non ci sarai perché hai un impegno. Che impegno? Un impegno. Un impegno con me stessa. Di che genere? Non lo so. Faccio un giro. E’ chiaro che dovete aspettarvi facce stralunate e occhi strabuzzati, qualche ‘rimprovero’ del tipo Ma come fai un giro? Del resto tu non l’hai mai fatto e loro non ti hanno mai visto farlo, un po’ di stupore è lecito. Ma vai avanti per la tua strada, saluta con un sorriso, prendi la porta e vai. Ripeto, forse le prima volte, come è successo a me, non è che hai un piano in testa o che sai cosa vuoi fare, e questo rischia di fregarti perché potrebbe scattare la modalità automatica: già che ci sono, faccio… (tintoria, panettiere, farmacia, il quaderno che manca, la scopa che si è rotta). NO. VIETATO: Quello non è tempo né spazio per te.
NO: quello è fare le commissioni, è eseguire la to-do list.

Io sto parlando di altro: sedersi su una panchina, leggersi un libro, guardare le vetrine, andare a prendersi un caffè in un bar carino, fare una lezione di prova di un corso, fare una passeggiata nel bosco, un giro in bicicletta, andare al cinema. E poi pian piano, con un po’ di esercizio, ti verranno altre idee.

Quali sono i tuoi bisogni?

Come si fa, dunque? Il primo passo è guardarsi dentro e capire quali sono i nostri bisogni. Non parlo di bisogni vitali (mangiare, dormire) ma di ciò che ci serve per stare bene. Cosa ti serve per stare bene? Per essere contenta, felice? Di cosa hai bisogno? Quando lo chiedo, spesso le persone di fronte a me rimangono interdette, e io leggo i loro pensieri: i miei bisogni??? quali sono i miei bisogni???ma che c***o di domanda sarebbe??? Ma poi mi dicono: ehm, dunque, sì, ecco, i miei bisogni, certo, mmmmh, che cosa intendi esattamente?

Intendo questo: se fossi in un’altra dimensione spazio-temporale, che cosa ti farebbe schizzare fuori dal letto ogni mattina? Ecco, quella roba lì intendo!
Ma ce lo siamo dimenticato. O forse non ci siamo mai più poste il problema, dai 16 anni in avanti. O forse non ce lo siamo mai poste (dubito).

Non è facile concedersi degli spazi nostri, e solo nostri. Bisogna volerlo. Bisogna organizzarsi. Bisogna agire per riuscirci. Bisogna scavare nel pozzo nero e (ri)trovare quel che ci piace fare. Utopia? Non credo. E nemmeno credo che c’entrino i figli (per chi li ha): loro sono lo scudo dietro cui ci nascondiamo per restare dove siamo e non affrontare, non riconoscere, non cercare, quel che vogliamo. Siamo troppo occupate. Già.

Bisogna anche lottare con il senso di colpa, già, o forse con il senso del dovere che abbiamo assorbito e ora fa parte del nostro DNA: non posso non fare niente, non posso cazzeggiare, non posso ‘perdere tempo’. In definitiva: non posso ascoltarmi. Rileggendo questa frase diverse (fatelo!) volte viene subito da pensare: ma davvero voglio essere così severa con me stessa? Davvero non mi merito niente di tutto ciò? Non mi merito di fare le cose che mi piace fare?

Perché è importante ascoltarsi? Forse se te lo stai chiedendo è perché già lo senti che è importante… per avere una vita migliore, per essere più soddisfatte, più felici, per cercare il nostro posto del mondo. Da qualche parte molto ben nascosta alcune di noi questi pensieri li hanno, ma non si autorizzano quasi nemmeno a pensarli, oppure li respingono come si respinge un nemico: vade retro Satana! Poi quando riescono a parlarne e si accorgono che esiste qualcun altro che ha gli stessi pensieri, ecco che finalmente… respirano, di nuovo; è proprio quello che vedo, quando le ho di fronte: un grosso respiro ampio e abbondante che apre i polmoni, il torace e il cuore e che mi dice: ma allora si può? Mi stai dicendo che si può? Sì, ti sto dicendo che si può, e che non sei sbagliata a volerlo.

Ma bisogna lottare, far fatica, perché le vocine che dicono l’opposto sono dappertutto, fuori e dentro di noi, e ci dicono di continuo che una buona madre non fa così, una brava ragazza non fa così, una donna perbene non fa così. E sono anche attorno a noi, in tutti i messaggi che riguardano le donne, le madri, le ragazze: per tutte c’è una narrazione, un modo codificato di comportarsi, di reagire, di parlare, di atteggiarsi, alzare o non alzare la voce, questo modo di fare sta bene o non sta bene – solo per noi, solo per le donne.

E scrollarsi di dosso tutto questo è difficile, e faticoso. Ma è una grandissima soddisfazione, che riempie, letteralmente, il cuore.

E ora tocca a te!

Quindi niente allargamento di braccia ed espressioni che dicono: ‘è così, non posso farci niente’, perché la verità è che qualcosa puoi fare, per esempio:

  • pensarci: riflettere su ciò che sei in questo momento della tua vita e domandarti se è veramente quello che vuoi essere. Può darsi che in un momento della propria vita una voglia essere solo una madre, solo una donna in carriera, solo qualsiasi altra cosa, e va benissimo così se corrisponde a ciò che vogliamo nel profondo.
  • Scrivere, mettere nero su bianco, i valori che ti corrispondono in questo momento della tua esistenza. Cosa è importante per te, adesso? La famiglia, l’onestà, l’integrità, la carriera, il denaro, il tempo libero, ecc. ecc.?
  • Agire: se i tuoi valori ti corrispondono in pieno, cosa posso fare per renderli reali (o più presenti) nella mia vita di tutti i giorni? Se non ti corrispondono, quali sono allora i tuoi valori (succede che alle volte ci portiamo dietro bagagli che non ci servono più)? E come puoi renderli reali nella vita di tutti i giorni?

 

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