Donne stufe, stanche di dover rincorrere un’ideale che si allontana sempre più dalla loro realtà, stanche di non sentirsi mai all’altezza di niente, di nessuna situazione. Stanche di non riuscire a fare tutto. Stanche anche di essere sempre insofferenti, insoddisfatte, e desiderose invece di raggiungere degli obiettivi, personali e/o professionali. Cosa manca a queste donne? Apparentemente nulla: sono consapevoli del loro stato e sono determinate a raggiungere i loro obiettivi. Però qualcosa tra la prima e la seconda manca, e spesso questa “cosa” che manca è l’autostima.

La scarsa autostima (a volte anche scarsissima) è trasversale alle generazioni, ma non ai generi: abbonda nel genere femminile, ce n’è fin troppa nel genere maschile.

Ragazze giovani, donne con ottimi lavori, signore di mezz’età o anche oltre, magari senza nessuna apparente problematica, e con questo intendo dire intelligenti, preparate, spigliate, affascinanti, di tutto e di più, ma con un senso di sé sempre e inevitabilmente sotto la suola delle scarpe. Le donne soffrono di scarsa stima di sé, e questo è un grande problema per loro – nella vita e poi anche nel lavoro, ma anche una grande perdita per la società in generale.

Da cosa è causata una bassa autostima?

Da tante, tantissime cose, eventi, situazioni, educazione, condizionamenti sociali e culturali che possono variare da persona a persone, posto che siamo tutte veramente diverse e con storie altrettanto diverse, ma alcuni tratti comuni si possono individuare e sono:

– un’educazione molto (se non del tutto) basata sui “devo”, “devi”, e poco o per nulla sui “voglio, vorrei, mi piacerebbe”; in ogni caso, sempre, c’è prima il dovere e solo dopo (se ti rimangono tempo ed energie) il piacere

– un’educazione basata sull’imperativo “si fa così”, come se ci fosse un unico modo al mondo di fare le cose

– degli insegnamenti estremamente rigidi su cosa è giusto e cosa è sbagliato, anche questi in termini assoluti e non relativi, legati alla singola persona

In tutti questi anni di lavoro con le persone, in massima parte donne, ho poi imparato che:

  • meglio un “devi” di meno e un “vuoi” di più: nel primo caso l’imposizione è totale e porta, nel lungo periodo, a un forte risentimento e un forte desiderio di ribellione. Questo vale con noi stessi, con le persone che ci circondano (amici, parenti, partner), con i figli (sì, anche con loro!)
  • i “devo” peggiori sono quelli che imponiamo a noi stesse sulla base di automatismi che ci sono entrati dentro da tempo immemore e di cui non ci rendiamo nemmeno più conto, ma che vengono presto svelati dal linguaggio che usiamo
  • facciamo il primo passo verso la “guarigione” nel momento in cui ce ne rendiamo conto, ci accorgiamo che ci succede. Il secondo è impedire all’automatismo di scattare, fermarsi un attimo prima, e bypassarlo.

Come eliminare i “devo” nella nostra testa

Noi donne siamo le principali vittime di questi “devo”, che ci sotterrano di sensi di colpa e di inadeguatezza. Spesso (sempre) reprimiamo i “voglio”, li rinchiudiamo in un cassetto inaccessibile, perché siamo pur sempre delle brave bambine. E lì si accumulano, e si esprimono (talvolta) solo in piccole e logoranti schermaglie nelle quali soccombiamo più o meno sempre, ragion per cui il nostro risentimento, verso chiunque, senza renderci conto che siamo vittime di noi stesse, aumenta anziché diminuire.

Per questo, di fronte a clienti che portano situazione di questo tipo, il mio consiglio è di provare, a piccoli passi e con piccoli comportamenti, a mutare il corso delle cose, provando altre strade, e partendo dalle piccolissime cose quotidiane.

Voglio farlo? O devo farlo? E perché devo farlo? Chi lo dice che devo farlo? Gli automatismi, i condizionamenti, l’educazione, chi?

Ci si allena e poi si arriva, in una sorta di escalation positiva, ad affrontare i temi più grossi senza tutto il carico del risentimento accumulato.

Si è così anche più efficaci nello spiegarsi agli altri e nel far valere, se non le proprie ragioni, sicuramente il proprio punto di vista.

Non si ottiene tutto e subito, scordatelo. Ci vuole tempo, e pazienza. Due cose che spesso non abbiamo voglia di mettere in campo. Ma è l’unico modo. E quell’unico modo sarà il nostro modo, l’unico che funziona per noi. E ovviamente ci vuole tempo per trovarlo!

Si fa così (e solo così)

Il “si fa così” lo combatto più genericamente con “no, si fa cosà, o anche cosà, o anche cosà”, e ricordandomi (e ricordando alle mie coachee) che siamo tutti diversi e tutti abbiamo soluzioni diverse per situazioni diverse, il che porta (secondo una regola matematica che non conosco, ma che certamente c’è) ad un numero esponenziale di opzioni possibili: il gioco è trovare la propria.
E’ una sfida, e molto interessante secondo me. Allena il cervello.
Diffido sempre da chi mi presenta la verità, un assoluto. Non ci credo. E’ solo la tua verità e fino a prova contraria, vale tanto quanto la mia.

Più o meno lo stesso vale per ciò che “è giusto” e ciò che è sbagliato: non esistono gli assoluti, esistono le persone, le situazioni, i sentimenti, i desideri che anche qui, combinati assieme, portano a ennemila possibili variabili.

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