Conoscerete sicuramente anche voi, come me, un sacco di persone che si lamentano, e tendenzialmente di tutto: se piove, se c’è il sole, per il freddo o per il troppo caldo e, in definitiva, per qualsiasi cosa.

Lo confesso: di fronte ai lamentosi mi sento intollerante. Molto intollerante. E probabilmente lo sono. La mia intolleranza è forte, fatico a tenerla sotto controllo, quindi in genere cerco di scansarli. Anche perché, oltre a lamentarsi, queste persone non fanno assolutamente nulla per cambiare le cose, per modificare la propria situazione, per uscire da una relazione, per cercare un nuovo lavoro o per… cambiare e basta.

Lamentarsi è facile, facilissimo.

Questo credo spieghi perché una così alta percentuale di persone lo pratica come sport quotidiano. È facile lamentarsi di quanto la vita sia dura, di quanto sia ingiusta, di quanto sia faticosa. Di quanto siamo sfortunati per questo e quell’altro motivo. Del sole o della pioggia. Ma la verità è che una persona che si lamenta è una persona insoddisfatta, ma non del clima, della sua vita. E piuttosto che occuparsene preferisce passare il tempo a lamentarsi di cosa su cui non ha nessun potere (il sole, la pioggia, il caldo…), perché occuparsi della propria vita e farle cambiare direzione è molto più faticoso. E impegnativo.

La vita è ‘ingiusta’, la vita è ‘dura’. Mah.
A parte considerazioni di ordine geopolitico che potrei fare riguardo alla sfacciata fortuna che abbiamo ad essere nati da questa parte del mondo, discorso che però mi porterebbe molto lontano, quello che in particolare qui vorrei sapere è: serve a qualcuno? E soprattutto: serve a chi si lamenta?

Non sono contro il lamentarsi, ogni tanto ci sta, e ci aiuta a buttare fuori un po’ del malumore che abbiamo dentro. Credo però che, dopo un giusto momento di sfogo, si debba passare oltre: fare un rapido elenco delle possibilità che abbiamo a disposizione, delle risorse di cui disponiamo, delle carte che possiamo giocare, fare un bagno di fiducia nelle proprie capacità e dirsi che sì, la vita è (forse) stata ingiusta con noi, ma le cose possono cambiare.

Basta che noi lo vogliamo.
Il punto vero è: lo vogliamo davvero? Desideriamo davvero con tutte le nostre forze che qualcosa cambi?
A volte.

A volte lo vogliamo a parole, ma non agiamo. Per mille motivi. Tra cui quello che preferisco: non spetta a me, spetta agli altri cambiare qualcosa. Mmmm, e quanto sei disposto ad aspettare? Bah, vedi tu…

Molto più spesso lo vogliamo, ma non crediamo di essere abbastanza brave da poterlo fare. Oppure non sappiamo cosa fare, da che parte cominciare.
Sopravviveremo? Saremo capaci di trovare un nuovo lavoro/un nuovo fidanzato/una nuova casa/dei nuovi amici? O di fare delle azioni (piccole o grandi) per cambiare e provare a vivere meglio?

Spesso siamo noi le prime ad avere paura di non farcela, a non credere in noi stesse, a non sentirci abbastanza brave, abbastanza competenti, abbastanza preparate. Lo scrivo al femminile perché – ahimè – è una caratteristica del genere femminile nel 99% dei casi.

Ma anziché affossarci da sole, perché non provarci e vedere come va? Perché partire dal presupposto che non siamo “abbastanza”?

La ‘teoria dell’abbastanza’ l’ha inventata un eminente scienziato: io.
È la teoria che prevede che se non sei abbastanza brava, preparata, studiosa, competente, quel che vuoi, non puoi fare bene. E allora lascia perdere.
Ecco, ve lo dico: è una solenne cazzata.

È solo un modo per dare fiato alle nostre paure, per non provarci mai, per rimanere dove siamo, per restare al sicuro a raccontarci che il mondo è ingiusto e la vita pure.
Il che può anche essere vero, ma certo se noi non facciamo nulla per cambiare le cose… di cosa potremo mai lamentarci?

La vittima

Quando (ci) diciamo che la nostra situazione è peggiore di quella in cui si trova chiunque altro (o qualcuno in particolare), stiamo di fatto dicendo, sottotraccia e senza saperne molto di più: “Ah, per te è facile! Tu non sei come me. Hai successo/sei felice/stai bene perché non hai dovuto passare tutto quel che ho passato io”.

Ecco servita la vittima.
Chi si sente vittima fa un velocissimo salto di pensiero e si convince che in quanto vittima, ha “diritto” a tutto ciò che non ha (o che presume di non avere).
Qui sono un’esperta, ma dall’altra parte: ne ho viste parecchie.

E a parte che magari non sai nulla di chi hai di fronte e non puoi sapere cosa ha passato, dico la mia: nessuno ti deve niente.
Non c’è scritto a nessuna parte che la vita debba essere “giusta”. E continuare a dirsi che la vita è ingiusta o che con te è stata ingiusta, non ti porterà da nessuna parte.

La reazione

Il punto è invece un altro: il punto è che sei abbastanza brava per fare bene. Hai quello che ti serve, ne sono certa, o sai dove trovarlo.
Ecco, allora fallo! Muoviti! Agisci! E credi fortissimamente in te stessa/o, fin nel midollo: comincerai così a sentire una grandissima responsabilità verso te stesso, e verso il mondo.

È brutale, lo so. Non è per tutti.
Ma se sei tra quelle/i che vogliono qualcosa di più, beh, allora è per te.
Non lasciare che la vita avvenga, si compia, si realizzi, senza metterci del tuo. Non sopravvivere.
Decidi tu in che direzione andare, come quando ti metti in cammino per raggiungere un vetta: lo sai dove vuoi arrivare, sai anche grosso modo qual è la strada, o forse lo sai molto bene, e magari però sbagli lo stesso, ti tocca ritornare sui tuoi passi, riconsiderare alcune cose, però la tua vetta è sempre là e tu lo sai che ci vuoi arrivare.

Io credo che in fondo la vita sia uguale, no?
Se ti limiti a farti guidare dagli altri, o da quello che dicono gli altri, o da quello che credi pensino gli altri, non ci arriverai mai.
Sei stato messo nel posto giusto nel mondo, nel posto giusto per riuscire. Ogni cosa nell’universo ti ha portato a questo punto, e ora il tuo compito è crescere, prosperare, fiorire.
Lo penso davvero, ne sono convinta.
Crescere, prosperare, fiorire.

Tutto quel che devi fare è, come dice Seth Godin “show up”, farti sentire, farti vedere, far vedere al mondo chi sei e cosa fai. Prima di tutto: farlo vedere a te stessa.

Il punto allora è: sei pronta/o? Bastano 66 giorni – in media – per cambiare un’abitudine. Ti va di provare a cambiarne una, e vedere come va? Se fai le cose che hai sempre fatto, otterrai ciò che hai sempre ottenuto, è ovvio, no? Se invece provi a fare qualcosa in modo diverso, c’è un’alta probabilità che anche il risultato cambi!

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