Questa l’ho rubata alla mia amica Micaela, e da quando l’ho fatta mia Done is better than perfect è la frase-mantra che mi ripeto tutte le volte che parto (e capita spesso) con un ‘oh no, fa schifo’ e proseguo con ‘non vorrai veramente pubblicare/fare/dire questa roba???’ e infine ‘uhm, no, non mi convince, no, no, aspettiamo; ci rifletto ancora un po’, magari mi viene un’altra idea, magari riesco a migliorare qualcosa, magari non è ancora perfetta come vorrei’.
Come questo post, come qualsiasi altro post: aspetta, lo rileggo, ci ripenso, ci rifletto e bla bla bla.
Tutto vero, poi, non sempre le cose che combino sono delle meraviglie che il mondo ammira e loda, ma quando mi viene questa ‘sindrome’ mi ricordo di questa frase e vado avanti, clicco pubblica, e via. E no, non sarà perfetto. No, non sarà magnifico. No, non sarà bellissimo. Pazienza. Lo sistemerò, lo rimaneggerò, lo abbellirò, correggerò le frasi che non mi piacciono, cambierò quello che non mi piace – forse. O forse lascerò tutto com’è.
Ma in ogni caso, lo farò dopo. Dopo aver schiacciato il tasto pubblica, o dopo qualsiasi altra attività che comporti il confrontarmi con il giudizio altrui. Non tutto quel che produrrò piacerà alle masse, probabilmente. Niente sarà da premio Nobel, di questo sono certa. Questo però è diverso dal ‘niente di ciò che faccio ha un valore’.
Perché finalmente avrò chiara la sensazione di fare davvero qualcosa, anziché rimanere a fantasticare nel meraviglioso mondo dei sogni. Perché è questa la verità: nel mondo dei sogni è tutto bellissimo, tutto perfetto, tutto rose e fiori, ma poi c’è il mondo reale, quello in cui bisogna far vedere ciò che si fa e come lo si fa, quello in cui devi tirar fuori chi veramente sei, no matter what.
A settembre questa sindrome si acuisce perché a settembre si ricomincia dopo un (bel) po’ di inattività e allora i primi giorni sono assalita da mille dubbi su quello che sto facendo, su come lo sto facendo, e non vi tedio oltre. Ma ho imparato che devo convivere con questa cosa, e tenerla a bada, magari prima o poi mi abbandonerà se non le do retta. E infatti non le do retta e vado avanti.
Questo provoca ansie? Sì. A tanti, a me sicuramente. Ansie che vanno riconosciute, affrontate, gestite, per impedire la cosa peggiore, ossia che ci paralizzino in un’immobilità che ci tiene fermi dove siamo. Che poi uno magari si chiede perché: perché devo spostarmi di qui, ci sto tanto bene, è molto comodo, molto accogliente, molto sicuro. Già. Ed è proprio questo il male assoluto: non voler uscire dal nido, il nido che ci siamo costruiti a fatica e che ci piace così tanto. Peccato che quel nido – a guardarlo bene – ha anche le sembianze di una gabbia, tanto confortevole forse, ma anche tanto chiusa, riparata, ingannevole.
Il nido
Ci convinciamo che lì, nel nostro nido, nella nostra gabbia (a seconda dei punti di vista) abbiamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno, tutto quello che ci serve, che ci stiamo bene e siamo felici, ma la verità è solo che quello è uno spazio che conosciamo bene, come le nostre tasche, mentre tutto ciò che c’è fuori non lo conosciamo affatto e ne abbiamo una paura fottuta. Fottuta, sì.
Ma siccome sta male dire che abbiamo paura, allora ci raccontiamo che no, non abbiamo paura, ma stiamo bene così, stiamo bene dove siamo. E non vogliamo assolutamente muoverci. Oppure che no, non è paura, è solo che non vogliamo fare fatica.
Già. Peccato che così ci priviamo dell’esperienza di volare fuori da quel nido e scoprire che siamo molto di più – di meglio o di peggio, anche – di quel che ci eravamo immaginati, perché in effetti sì, devo confessarvelo: farlo costa fatica, e tanta. Se vi manca la voglia di fare fatica, beh, non ci sono giri di parole: non combinerete mai niente.
Perché la soddisfazione di scoprire che c’è molto di più fuori dalla gabbia e che noi siamo in grado di affrontarlo è impagabile e non efficacemente esprimibile a parole. Bisogna provarla. Con errori e passi falsi, tanti. Con tanta fatica. Con grande senso di inadeguatezza, con la vocina cattiva sempre pronta a dirci stai dove sei, ma con la voglia di tirargli un pugno e andar dritto per la nostra strada e poi scoprire che sì, sai che c’è, sono inadeguata, ma va bene così.
Adeguato a chi?
Sono inadeguata per qualcuno, ma non per tutti. Ma soprattutto sono adeguata a me stessa, il che vale più di tutto.
E poi? E poi invece scopri che sei del tutto adeguata all’inadeguatezza del mondo, e perciò perché menarsela tanto? Va bene così. Aspirare alla perfezione non serve a niente. Aspirare ad essere il meglio di qualunque cosa vogliate essere, quello sì che un senso ce l’ha. Ma costa fatica e continua voglia di mettersi alla prova. Su tutti i fronti, non solo quelli che ci vengono facili, ma proprio tutti.
Perché? Per diventare persone migliori, per fare davvero un cammino che dura tutta la vita e non si limita ad alcuni momenti della vita, ma è senza soluzione di continuità.
Ci riempiamo la bocca e le orecchie di parole che così abusate perdono di ogni significato e non ci accorgiamo che sì, dobbiamo assumerci le nostre responsabilità, ma no, non quelle che abbiamo in testa (il lavoro, la famiglia) ma verso noi stessi, verso la nostra vita.
Perché è questa l’unica cosa che conta davvero.
È Settembre
Settembre è il mese in cui si fanno grandi progetti e si cerca di realizzare qualcuna delle innumerevoli idee nate sotto l’ombrellone, e per alcuni è anche il momento in cui ci si dice: ho evidentemente delirato a causa del sole… invece no! Sì, ok, una selezione va fatta e alcune idee andranno scartate, ma le altre vanno perseguite, organizzandosi e agendo per ottenerle e realizzarle. Non lasciate insomma che la solita vocina vi faccia accantonare tutto, non questa volta, non questo settembre!
*******************************
Ti interessano i temi legati al lavoro? Iscriviti alla mia newsletter!
Quando ti iscrivi c’è un regalo per te