Parlo spesso di lavoro – un tema caldo e molto sentito – e ho deciso di provare a raccontarlo anche al passato: cosa significava nella generazione dei nostri genitori, delle nostre madri in particolare? Com’era lavorare a Milano negli anni 50/60/70/80? In ufficio c’erano le stesse dinamiche, gli stessi rapporti uomo/donna? E fuori? Come si riusciva a conciliare famiglia e lavoro?
E comincio da… mia mamma!

Gli inizi

“Ho cominciato a lavorare a 14 anni (quindi nel 1957) con lavoretti saltuari tipo quelli che oggi fanno gli studenti: sotto Natale al Motta in piazza Argentina preparavo i bollettini postali per i clienti che volevano spedire pacchi natalizi; oppure durante l’anno in un ufficio di architettura battevo a macchina relazioni tecniche.

Il contratto a tempo indeterminato? Arrivò, ma…

Nel 1961 fui assunta a tempo indeterminato alla CGE (che poi sarebbe stata acquisita dalla General Electric), azienda produttrice tra l’altro dei motori elettrici dei tram di Milano e di grandi apparecchiature elettriche: trasformatori, alternatori, turbine per centrali elettriche: ero la ragazzina, l’aiutante della segretaria di uno dei 7 dirigenti dell’azienda, guidati da un direttore generale. Ero appena uscita dal collegio, timida e spaesata.

Lì le segretarie erano tutte donne e i capi erano tutti uomini, ovviamente. Ad un certo punto la segretaria da cui dipendevo è rimasta a casa, si è dimessa insomma, perché incinta del terzo figlio, e quel posto è diventato mio. Il mio capo è sempre stato cortese e gentile, anche se io ne ero terrorizzata perché ero molto timida – e molto giovane! Ovviamente il lavoro dovevo saperlo fare, non c’erano storie: scrivere a macchina, stenografare, in italiano e in inglese, su dettatura del capo.

Avevamo tra l’altro la gestione dei contratti di Know-how, le licenze tecniche che avevano a che fare con l’aeronautica, e una cosa importantissima era il metodo di archiviazione: saper archiviare bene le pratiche e soprattutto saperle ritrovare – e fare in modo che chiunque potesse ritrovarle!

L’orario era fisso, rigido, non potevi sgarrare, se timbravi 5 minuti dopo erano 15′ in meno sullo stipendio.
Però lavoravo in centro a Milano, e per me che venivo da un collegio di una periferia grigia era una meraviglia, mi piaceva un sacco. Sempre lì in centro frequentai la scuola serale per perfezionare l’inglese e il francese dal ’61 al ’63.

Poi un bel giorno mi licenziai perché per me il lavoro ogni due anni si doveva cambiare, per fare nuove esperienze, e così decisi di andare in Inghilterra per rinfrescare e rinfrancare l’inglese. Io e la mia amica Anna siamo partite e me la sono goduta per 3 mesi.

Al rientro in Italia, nonostante le insistenti richieste da parte della CGE perché tornassi a lavorare da loro, non ci sono più tornata. Ho cercato altre cose, fatto altre esperienze nei settori del commercio e dei poligrafici finché finii alla agenzia di pubblicità Thompson, azienda americana nella quale la gran parte del lavoro si svolgeva in inglese, con macchinari all’avanguardia come ad esempio il telex (ho imparato lì ad usarlo). Per il tipo di lavoro che svolgevo potevo e dovevo muovermi spesso da un piano all’altro dell’agenzia (avevamo ben 5 piani di un edificio in Piazza S. Babila) a seconda di chi dovevo contattare: i creativi al 3° piano; il telex al 5° ; i mezzi al 6°.
Però per scendere al bar che si trovava al piano terra dello stesso stabile dovevi chiedere il permesso, sempre. Non si poteva gironzolare fuori dall’ufficio senza permesso.

Alla Thompson già ce n’erano di più, di donne, segretarie, funzionarie, amministrative, e anche tra i creativi, i copy, quelle che tenevano i rapporti con i media – ma tra i dirigenti solo una, negli ultimi anni della mia permanenza in agenzia.

La maternità

Quando sono rimasta incinta avevo come capa una donna, un fatto straordinario, mentre gli account, ossia coloro che gestivano pacchetti di clienti, erano quasi tutti uomini, salvo la mia capa – appunto -, che aveva come cliente principale la De Beers (il colosso dei diamanti). In quel ruolo mi occupavo di tutti i lavori di segreteria : corrispondenza e contatti telefonici con l’importante cliente londinese, gioiellieri, fotografi, ecc.

Tornata dalla (mia) maternità decisero di spostarmi, con mia grande felicità, alle pubbliche relazioni, sempre per il cliente De Beers, anziché in pubblicità dove stavo prima, dapprima come assistente e poi quando la mia capa (anche questa donna) andò in maternità cominciai a fare in tutto e per tutto il suo lavoro. Per poco tempo però, perché la titolare di quel posto rientrò e poi arrivò anche per me la necessità di conciliare una figlia (io, ndr) con un lavoro a tempo pieno e assenze da Milano per Fiere e manifestazioni – e con un numero di nidi pubblici che a Milano a quei tempi era risicatissimo. Mia figlia andava infatti a un nido privato che mi costava un salasso.

Work-life balance

Alla fine ho scelto di cambiare per conciliare famiglia e lavoro, e mi trovai a fare un lavoro che non mi piaceva affatto, burocratico, noioso e meramente esecutivo, ma tutto sommato non è stata una cattiva scelta perché proprio quando me ne andai dalla Thompson cominciarono a licenziare… quindi avrei fatto probabilmente la stessa fine. Negli uffici delle FS dove finìì il personale femminile era abbastanza numeroso (siamo negli anni ’70) ma tra il personale ‘su rotaia’ ossia sui treni, in stazione e nei ruoli dirigenziali, le donne erano davvero una rarità.

L’orario ridotto che avevo nelle FS mi consentiva di andare a prendere mia figlia (cioè sempre io) alla scuola materna. Anche lì un altro luogo non esattamente al servizio o in aiuto delle donne, tutt’altro! Dovetti fare una battaglia durissima all’asilo perché mia figlia e altri bambini che ne avevavo bisogno potessero dormire, e affinché la scuola si organizzasse in tal senso, dedicando una stanza e delle brandine pieghevoli. N naturalmente chi furono le mie più acerrime nemiche, oltre ovviamente alla dirigente (sempre donna) dell’asilo? Le altre mamme!
Penso che davvero siamo (state?) sempre noi le peggiori nemiche di noi stesse, ma chissà che ora le cose non stiano un po’ cambiando…”

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