“Lavoro fino ai 50 anni, poi smetto, vado in pensione”. “Come in pensione? A 50 anni???” “Sì, beh, non vado proprio in pensione, però smetto di lavorare, basta”.

Questo mi ha detto giorni fa una cara amica, mentre chiacchieravamo in una sua – insolita e rarissima – giornata di ferie.

Non è una donna abituata ai colpi di testa, è una sensata, risoluta, grande lavoratrice dal giorno dopo la laurea, vent’anni di esperienza alle spalle, una donna che non si è mai fermata tra un’azienda e l’altra di quelle che ha cambiato, che ha fatto sempre e solo 15 giorni di vacanza d’estate, che nella sua vita, per usare le sue parole, ha finora ‘solo lavorato e studiato’. Aggiungo che si è sempre fatta un mazzo tanto, e il quadro è completo.

Ma ora ha deciso: “basta, ho dato. A 50 anni smetto. Mi sono data abbastanza, mi sono fatta il mazzo abbastanza”. Ripeto: non sto parlando di una persona facile ai colpi di testa, tutt’altro.

Eppure.

Eppure è arrivato un momento di svolta, di riflessioni profonde, di desideri da soddisfare, sollecitata da eventi esterni: la collega non ancora quarantenne che ha avuto un infarto, un’altra malata terminale appena dopo i 50. E la domanda: ne vale davvero la pena?

Sono rimasta molto colpita dalle sue parole, quel giorno e i giorni a seguire; hanno continuato a ronzarmi nel cervello per giorni, ero stupita, ammirata, soprattutto incredula.

Queste sono le conseguenze del lavoro, mi son detta, del lavoro come è concepito oggi, soprattutto in azienda.

Tutte le volte che parlo di lavoro finisco sempre per citare un libro che ha abbastanza segnato una svolta, a mio parere, ed è La bussola del successo di Paolo Gallo, e la sua affermazione che oltre a chiederci cosa cercano le aziende, o il mercato, dovremmo, dobbiamo chiederci cosa vogliamo noi dall’azienda che (forse) ci prenderà.

Cosa vuoi tu? Dalla vita, dal lavoro?

In cosa credi? Quali sono i tuoi valori?

È un cambio di prospettiva fondamentale, anche oggi in tempi di crisi, soprattutto in tempi di crisi. Altrimenti rischiamo l’infarto, la malattia grave, la depressione. Esagero? Non credo. Sento ogni giorno di donne che rientrano dal lavoro dopo la maternità e faticano a ritrovare la propria scrivania, nonostante le promesse (!) che nulla sarebbe cambiato. E quando la ritrovano è talmente ingombra di cose da fare che non basterebbe una vita, ma chi sta sopra ti chiede il part time, ben sapendo che  il carico di lavoro sarà lo stesso di un full time, ma in metà tempo. A che pro? Spremere tutte le tue energie, non bastasse già la recente maternità a farlo.

Gli insoddisfatti sono tanti

E l’insoddisfazione cresce, diventa ogni giorno più incolmabile, più indescrivibile, più soffocante. Le persone insoddisfatte del proprio lavoro sono una bella fetta della popolazione, non possiamo ignorarla, non possiamo far finta che non sia vero. È tremendamente vero.

Multinazionali, imprese padronali, pmi, tutte soffrono della stessa malattia: l’insoddisfazione dei propri dipendenti.
Io ne ho incontrati diversi, di questi dipendenti, e le caratteristiche comuni che ho ritrovato sono:
– un capo stronzo, pessimo dal punto di vista umano prima ancora che professionale
– un lavoro che si continua a fare perché ‘si deve’
– la paura di mettersi in gioco e di confrontarsi con quello che c’è fuori, perché il racconto che ci viene fatto è davvero da film dell’orrore.

Non dico che la situazione non sia grave, dico solo che il lavoro si trova, a cercarlo bene; si riesce a trovare. Non è vero che non c’è. Non c’è il lavoro sicuro e solo diritti di un tempo, no, quello no, tranne forse nel pubblico, ma di aziende dove si può riuscire a lavorare bene ce ne sono. Ma bisogna cercarle bene, facendosi la domanda più difficile, quella cui fatichiamo a rispondere: è davvero quello che voglio fare?

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