Tra il fare e lo stare preferisco il fare. Ma in questo momento credo che si debba soprattutto stare.
Quante volte presa dal desiderio di mettere subito in pratica qualcosa che hai imparato o dare il là a un’idea anche ti è venuta improvvisamente – come tutte le idee del resto – ti sei ritrovata sommersa di cose da fare (perché c’è anche tutto il resto, lo sappiamo, no?)? Quante volte ti sei detta che no, vabbè, come faccio a fare tutto quello che ho in mente in un giornata che è sempre così corta? E quante volte, nonostante questo desiderio di entrare subito in azione ti sei accorta che le energie non ti assistevano minimamente, che avevi altre ennemila cose da fare?

Fare

Io tante volte. E sono una che produce un numero discreto di idee, cioè non un’esagerazione, il giusto, eh? Ma in questo periodo, di fronte al ‘mettiamoci all’opera’ mi sento totalmente esaurita
Chiariamo: non sto parlando del fatto che non mi senta abbastanza brava o capace, questo aspetto l’ho abbastanza superato, parlo piuttosto dello spazio mentale e delle energie fisiche e intellettuali necessarie per fare il passo successivo. Me ne sono resa conto in maniera evidentissima in queste settimane di quarantena, in cui avrei potuto – inizialmente mi ero detta così – fare, e studiare, e ragionare e riflettere su un sacco di cose, perché pensavo che avrei avuto più tempo. Un pensiero che si è rivelato fin da subito fallace.
Poi mi son detta, beh dai, aspetta un attimo, abituati a questa nuova situazione e vedrai che poi pian piano… no. Anche dopo qualche settimana, anche oggi che siamo a metà aprile, le mie energie sono sotto i tacchi e la mia capacità di produrre, essere creativa, far andare avanti le cose, è veramente ai minimi.

So che è condizione di molti, e questo mi rasserena da un lato; dall’altro mi dico: ma passerà? Cioè quando riapriranno le gabbie e potremo uscire, le mie energie torneranno? Francamente non lo so. E temo che comunque, se anche dovessero tornare (massì, certo che torneranno) ci vorrà del tempo. Ora capite che ‘tempo’ oggigiorno è una categoria dello spirito, essendo noi tutti stati privati di tutta una serie di attività che scandivano le nostre giornate: uscita per andare a scuola, uscita per andare al lavoro, pranzo, rientro, compiti, faccende varie, cucinare, cenare, chiacchierare. Tutto questo ‘rituale’, che a volte troviamo noioso, ripetitivo, sempre uguale, scandisce però in maniera regolare il nostro tempo, fa sì che ci sia una differenze tra i 5 giorni lavorativi e i 2 festivi. Qui, oggi, è tutto un minestrone, o forse sarebbe meglio dire una centrifuga, dentro la quale ognuno di noi prova a suo modo (credo) a darsi una nuova routine. O è comunque costretto a farlo. E ok, bene.

Però non è così semplice…
Peccato che siano 6 settimane che è quasi sempre la stessa solfa, un giorno dietro l’altro, un giorno dietro l’altro, tutto sempre uguale, le solite 4 pareti, le solite persone, il solito panorama, sempre lo stesso paesaggio. Una noia mortale e un prosciugamento delle nostre energie fantasmagorico.
Anche chi è in smart-working è prosciugato, perché lavora più di prima, perché lavora male, perché con i figli in casa si fa una fatica bestiale, perché manca la relazione ‘vera’ con le persone.

Stare

Quindi cosa ho pensato? Dato che non posso drogarmi per avere più energie, e posto che non posso cambiare la mia situazione di quarantenata, ho deciso di stare.
Non è che mi sono guardata allo specchio, ho detto ‘stai’ e bon, tutto è andato via liscio (figuriamoci!), ma mi sono detta che se anche la situazione è fuori dal mio controllo, io invece sono sotto il mio controllo.
Mi sono detta che anziché cercare di fare troppe cose, di pensare ossessivamente ‘devi fare di più’ potevo provare a stare nella situazione in cui sono, accettarla insomma, dirmi che in questo momento ho bisogno solo di stare ferma (con i progetti, intendo). Per niente facile!

Però dopo un po’ che mi concentro sull’accettazione, semplicemente accade: sto meglio e riesco a fare qualcosa. L’energia non ritorna ai livelli di prima, di prima del lockdown intendo, ma almeno un po’ torna, e io riesco a fare il minimo indispensabile per la sopravvivenza mia e del mio business. L’ordinario, insomma. Niente frizzi e lazzi, niente bombe di creatività, solo il day by day piatto, ma è quello che posso fare in questo momento, considerata la presenza di tutta la famiglia, due figlie in home schooling comprese, che impegnano non poco. Quel che ‘avanza’ delle mie energie, se ne avanza, finisce lì. Perché è il minimo che posso fare, no? Noi soffriamo, loro soffrono allo stesso modo o forse di più perché della vita hanno visto ancora così poco, sono talmente giovani, che anzi forse la loro sofferenza in proporzione alla loro età è molto più grande.

Insomma: stare. Accettare. Accettare che non sempre possiamo dare il meglio di noi stessi, non sempre possiamo dare il massimo, non sempre il corpo e lo spirito ci supportano come vorremmo. E chiedersi se forse quello di cui abbiamo bisogno è solo stare, essere. Sopravvivere.

[di nuovo un post intimista ma i tempi sono così]

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