Il 2015 per me è stato ancora una volta un anno di cambiamento, o forse dovrei dire l’anno del cambiamento. Anche se è relativamente poco (beh, dai, neanche così poco, 16 anni e qualcosina di più) che lavoro, nella mia vita professionale ho virato diverse volte ma di tutte, l’ultima è stata senz’altro la più difficile.

A fine 2013 (parto lontano, lo so) ero in una fase di grande insoddisfazione e per caso, cazzeggiando su internet, trovai un post di Accademia della Felicità e la data di una loro serata, di lì a poco, di presentazione delle loro attività. Il nome mi catturò subito per la sua sfrontata esibizione di una parola, felicità, che strideva con tutto ciò che mi girava intorno in quel momento. Avevo un’amica nelle mie stesse condizioni, e così andammo alla serata.

Ricordo che quando Francesca Zampone mi chiese perché fossi lì, risposi che il motivo era che non sapevo se volevo cambiare tipo di lavoro, o luogo di lavoro. Lavoravo, allora, per una piccola casa editrice, come redattore e editor.

Non ricordo cosa successe, ma mi sentii davanti a persone che la pensavano proprio come me: il lavoro non deve per forza essere sofferenza e fatica, se non ti piace ciò che fai devi cercare di cambiare, nulla è impossibile, nemmeno lasciare un lavoro che non piace in un momento di grave crisi economica; e no, non è per forza una cosa da pazzi come tutti vorrebbero farci credere, ma un investimento su se stessi, sul proprio futuro, sulla propria felicità.

Le mie orecchie cominciarono a sbattere come le ali di un uccellino (“sto DAVVERO ascoltando queste parole???”), e la mia testae il mio cuore cominciarono a pulsare violentemente (“COSA DICONO?” SONO MATTIIII???!”), mentre pian piano cominciavo a sentirmi davvero a mio agio lì in mezzo, tra persone che parlavano la mia stessa lingua. Ma era difficile da credere. Difficile credere che potesse valere anche PER ME.

E’ da quella serata lì che è cominciata la mia storia più recente, il mio ultimo, ennesimo, difficile, prepotente, cambiamento. Professionale ma anche personale, questa volta.

I primi passi li ho fatti decidendo, dopo quella serata, di fare un percorso di coaching con Francesca, 5 incontri (solo 5!), e via, la macchina del cambiamento era avviata. Lì dov’ero non ci potevo più stare, non ci volevo più stare, ero stufa, annoiata, frustrata, senza prospettive e con pochi soldi; ogni giorno trascorso lì dentro mi sembrava di prosciugare pian piano il pozzo delle mie energie e, soprattutto, di buttare via il mio tempo.

E non era proprio ciò che volevo. Ci ho messo sei mesi a prendere la decisione di fare il grande passo, altri tre-quattro a comunicare ufficialmente che me ne sarei andata, ancora altri due a lasciare fisicamente quel posto e qualche altro mese a lasciarlo VERAMENTE, con la mente e con il cuore, un giorno di settembre in cui parlando con una cliente mi sono sentita una pari-livello (non per esperienza/competenza o altro, ma come professionista, libera): lo so che può sembrare assurdo, ma per me è stato così.
Quella stessa notte mi sono sognata il mio addio al lavoro che avevo lasciato ormai da qualche mese, i saluti, gli auguri, gli in bocca al lupo e l’addio alle tante persone, cose, fogli, scrivanie, riunioni, discussioni, incazzature, riunioni-fiume, lamentele, che avevano riempito quei nove anni. Libera, finalmente.

Una delle molle che mi ha aiutato a lasciare è stato un nuovo progetto, poi miseramente fallito (ma senza troppi drammi), che ha avuto il merito di traghettarmi verso il nuovo, di insegnarmi delle cose e di farmi conoscere alcune persone di valore, oltre che di aggiungere qualche pezzo al puzzle del cosa voglio, e cosa non voglio, nel mio lavoro.

Ora ho le idee più chiare (beh, non sempre eh? Ci sono giorni che la nebbia è fittissima e io ci sguazzo con dell’insano pessimismo cosmico – ma poi per fortuna torna il sole!)

Ovviamente tante sono state le cose (e le persone) che hanno tentato di trattenermi dal fare una “pazzia”: hai un mutuo, una famiglia, un gatto, un canarino (no, non è vero…), finirai sotto i ponti, o in metropolitana a chiedere l’elemosina, eccoli lì, tutti in fila e tutti pronti a sparare, i cattivi pensieri!
E poi ancora: ma chi te lo fa fare (???), ma sei sicura (??? MAI!), ma cosa farai, dove andrai, come farai, e, e, e, e giù così in diluvio di pessimismo che nemmeno la me adolescente nei suoi periodi peggiori…

Poi una sera, in preda all’ennesimo delirio da frustrazione e all’ennesimo sfogo con il marito, lui (forse stremato) mi disse: lascia. Basta. Se devi stare così, lascia. Non finiremo sotto un ponte, non moriremo di fame. Ce la farai.

E lì la mia testa ha fatto CLIC.

L’8 gennaio 2014, esattamente un anno fa, mi presentavo dai due soci della casa editrice per dirgli proprio queste parole: vi lascio.
Silenzio. Gelo. Balbettii. Composto sgomento.
Dopo lo choc cominciai a enunciare i miei perché e percome, che certamente non li convinsero né li confortarono; concordammo un periodo di preavviso (bontà mia) e il 28 febbraio dissi addio.

Nel frattempo avevo cominciato a frequentare il Master in coaching di Accademia della Felicità per regalare a me stessa una fase di studio e di crescita personale, e così è stato.
Ho studiato (il coaching e tanto altro), ho seguito corsi, ho superato limiti e sono uscita dalla mia comfort zone (con grande fatica), ho riflettuto tanto e a lungo (anche troppo), e ho deciso che potevo provare a seguire la mia passione più grande, la scrittura, e provare a guadagnarci, anche.

Ho cercato di capire meglio chi sono (adesso), cosa voglio, come lo voglio, perché lo voglio (ammazza!), ho provato a rispondere a tante domande su di me (non ho ancora smesso) e a tutte le mie pippe (sempre troppe!) e “miracolosamente” hanno cominciato ad accadere belle cose: nuove conoscenze, nuove amicizie, mondi che si aprono, orizzonti che si allargano, e anche richieste di collaborazione che mi hanno lusingato e fatto credere, ogni giorno di più, che quello che faccio, per qualcuno, ha un valore e che allora posso avere anch’io il mio posto nel mondo.
Piccolo, magari un po’ defilato, ma tutto mio.
E tutto costruito con le mie mani, il mio cuore, la mia testa (e con l’aiuto fondamentale di tanti amici, inutile dirlo, e con la più che preziosa collaborazione di Arianna).

Chiudo quindi con un immenso GRAZIE a coloro che hanno accompagnato e affiancato il mio cammino: a Mauro, a Francesca, a Elisa per essere venuta con me quella sera di fine 2013, ai compagni di Master, ad Arianna, agli amici vecchi e nuovi, e anche un po’ le mie figlie che sono delle grandi sostenitrici del “tutto è possibile!”  da quella serata del 2013 fin qui.

 

Condividi questo articolo...