Sono (finalmente e felicemente!) una coach, o come più comunemente si dice, una life coach (o personal coach, come più vi piace): aiuto le persone a raggiungere i loro obiettivi personali e professionali, allenandoli a cambiare e fornendogli una prospettiva differente.

Lo sono diventata pian piano, e il mio percorso è cominciato un giorno di fine 2013, quasi 3 anni fa, quando mi sono ritrovata a chiedermi (e a chiedere a quella che sarebbe diventata la mia coach) se volevo cambiare lavoro, o se volevo cambiare posto di lavoro. Mi sono risposta in tutti i modi possibili, ma la verità – che solo oggi ho scoperto – è che avevo fottutamente paura di dirmi che volevo proprio cambiare lavoro, cambiare, cambiare, cambiare.

Cambiare, sì, ma verso cosa?

Quello che mi faceva più paura era ovviamente: cosa vorresti fare? cosa ti piacerebbe fare? non lo sapevo. Ho fatto talmente tante cose diverse nella mia vita che mi sono sempre data della schizofrenica, della malata di mente insomma, quindi cosa vuoi cambiare ancora lavoro? Di nuovo? Poi ho scoperto i multipotentials, quelli cioè a cui piace fare tante cose e non vogliono scegliere, o meglio, vogliono fare qualcosa, ma poi fare qualcos’altro, e poi dopo un po’ qualcos’altro di ancora diverso, e via così. Quelli che non nascono dicendo “farò il dottore” e lo fanno veramente, e per tutta la vita.

Io amo cambiare, di più, trovo necessario cambiare tipo di lavoro, modo di lavoro, oggetto del mio lavoro, approccio al lavoro, ambiente di lavoro. Non potrei mai fare la stessa cosa tutta la vita. Questo l’ho capito abbastanza presto, ma di fronte a me ho sempre trovato muri, di incomprensione o di perplessità. Sono andata faticosamente avanti. Il più recente cambiamento, il più difficile e sofferto, 2 anni fa, febbraio 2014, quando ho smesso di collaborare con una casa editrice. Alla mia domanda avevo risposto: cambio “posto” di lavoro, faccio davvero la freelance, e bon.

Com’è andata? Non racconterò che è andata benissimo, tutto frizzi, lazzi e paillettes per me. No. E’ andata così così: tanta fatica, tanto studio, tante riflessioni, qualche lavoretto, poco guadagno. Tra le cose “tante” ce ne sono state alcune molto interessanti tipo il Master in coaching e il relativo tirocinio, ossia l’erogazione gratuita di 100 ore di coaching.

Il tirocinio al momento l’ho quasi terminato, ma già dopo le prime 10 ore ho capito  (evviva! squilli di trombe!) che potevo rispondere alla mia iniziale domanda in modo diverso: volevo cambiare lavoro.

Ma certo, la verità è che uno si chiede: ma ancora? di nuovo? ma sarai capace? riuscirai? Ce lo chiede di continuo quella vocina dentro la testa pronta a sabotarci ad ogni passo, ma io ho fatto in modo di sabotare lei, e sono andata dritta e spedita avanti, a testa bassa. E sono felice di averlo fatto, perché ho scoperto che un altro lavoro lo posso fare, anche se mi devo rimettere a studiare e (provare a) fare una cosa che non ho mai fatto, e anche se ero spaventata (ora un po’ meno). Ma mi piace, mi soddisfa, e ha soddisfatto le persone che ho incontrato.

Quindi è ufficiale: ho cambiato lavoro.

Sono una coach, ora

Sotto questo nuovo cappello quello che faccio è aiutare le persone a cambiare il loro modo di pensare e di agire, aiutarle insomma a cambiare, introducendo dei piccoli mutamenti giornalieri, in modo da modificare la propria routine e modificare quindi il risultato finale.

Le aiuto anche ad avere più fiducia in sé stesse e nelle proprie possibilità, a credere che ci sia un’altra strada, un altro modo di fare le cose, un’altra direzione che la nostra vita può prendere. E che dipende da noi, e da nessun altro.

Costa fatica? Sì.

Ne vale la pena? Sì.

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