Sono da sempre convinta che il lavoro non possa essere l’unica cosa che ci definisce come esseri umani. Ho sempre pensato che il lavoro fosse qualcosa di necessario, di utile anche, ma soprattutto espressione del tipo di persona che siamo. Se nel lavoro non riusciamo a mettere il nostro contributo come essere umani, rispettando i nostri valori, che senso ha? Come possiamo, giorno dopo giorno, continuare a farlo?

È questo il motivo per cui ho cambiato molte volte nella mia vita lavorativa, e sono contenta così: tutte le volte che il lavoro non mi dava più soddisfazione e anzi mi rubava energia e motivazione anche fuori dall’ufficio ho cominciato a stare male, anche fisicamente. Piccoli segnali che però dopo un po’ diventavano abituali, permanenti. Cambiare non è mai stato facile, e non lo è per nessuno. Tutte le volte un supplizio, tanta fatica, tanti dubbi. Unica certezza: non posso più andare avanti così.
E allora cerco qualcuno che mi dia una mano, magari un coach: per me è stato così ed è stata la mossa migliore che potessi fare.

Sono sempre stata guidata dalla certezza che avrei trovato quello che faceva per me, in qualunque modo e anche sbattendo la testa. Ed è il messaggio che cerco di passare ai miei clienti: la tua strada c’è! Smetti di inseguire quello che ‘si deve’ fare, e cerca quello che vuoi fare tu, quello che ti fa stare bene, che ti fa alzare felice la mattina, che ti riempie di soddisfazione la giornata e ti fa dire grazie la sera: è l’unica cosa che conta!

Riconoscere di aver bisogno di una mano, e chiederla

Siamo troppo, troppo abituati a non chiedere una mano a nessuno, in qualche modo ci deve essere entrata nelle vene qualche pubblicità (idiota) o qualche altro insegnamento deleterio secondo il quale se facciamo tutto da soli è meglio, siamo dei veri uomini, addirittura degli eroi. Che stanchezza, però. E che fatica.

Quando invece ci concediamo di parlare, già solo parlare, di quel che non va nella nostra vita – lavorativa e non – invece di rispondere in automatico che va ‘tutto bene’, è un passo importante. Ed è anche liberatorio. Poi sì, anche faticoso e doloroso a volte, ma il peso che ci portiamo dietro è più leggero.

Quando incontro un cliente che mi dice che non ce la fa più, ma che prima di buttare tutto a gambe all’aria ha deciso di contattarmi, beh nella mia testa mi dico: evviva sì! Fermati e vediamo cosa fare! Non buttare tutto all’aria, aspetta, fermati, rifletti (poi glielo dico anche!). Stare a contatto, immersi, in quel malessere, navigarci dentro per trovare una nuova strada: è di lì che si passa, non si può semplicemente fare tabula rasa di tutto e costruire una nuova casa altrove… non starà in piedi.

Dentro il mal-essere

Non so se quello attraverso cui sono passata io fosse burnout, sicuramente stress; e non avevo grandi mezzi da cui raccogliere informazioni, solo la mia testardaggine di rifiutare o abbandonare quei lavori che non mi davano soddisfazione o nel momento in cui non mi davano più soddisfazione (con grande disappunto dei miei genitori!). Stress che poi non potevo contenere nell’orario lavorativo ma che era con me h24, una sorta di pensiero ossessivo, come ne esco? Come ne esco? Come ne esco?

Oggi puoi informarti, raccogliere tutte le info che trovi, documentarti. Ci sono mille modi, molti dei quali gratuiti. Puoi leggere e studiare e diventare enciclopedico sull’argomento che ti sta a cuore. E questo è molto positivo.
Ma è solo il primo passo, cui ne devono seguire altri per uscire dal malessere: bisogna prendere tutto questo ‘sapere’ e metterlo in pratica nella propria vita. Non è affatto facile, mai, e ancora più difficile è riuscire a farlo da soli.

Oggi il problema non è più saperne su un certo argomento (certo, non come un esperto, ma almeno sapere di cosa stiamo parlando) e dare un nome, infilare in una casella, quello che ci succede. Il punto centrale è agire. Attivarsi. Fare delle fatiche. Mettere in discussione le proprie scelte. Metterci, in definitiva, qualcosa di tuo, diventare attivo nella ricerca di una strada. Sapere cosa ti piace e cosa no, cosa vuoi accettare e cosa no, cosa ti rende felice e cosa no. Farsi delle domande.

Farsi delle domande

Non ci siamo abituati, a farci delle domande. Perché è faticoso, poi bisogna cercare anche le risposte…
Siamo abituati a rispondere a delle domande, a qualsiasi input.

Reagiamo, ma non agiamo.

Non è solo ‘colpa’ nostra. La scuola, la società, i social, ci ‘insegnano’ a rispondere, a essere passivi, ricettivi, a reagire a un impulso esterno. Tutto attorno a noi è qualcosa a cui reagiamo (uno spot, un post, un messaggio, un video).

Non sappiamo invece fare domande, a noi stessi o agli altri, sui nostri bisogni, sui nostri desideri, su come vogliamo la nostra vita, su che lavoro vogliamo. E anche quando ce lo chiediamo, è difficile darsi una risposta ‘pura’, scevra cioè da condizionamenti esterni. Con il mio percorso di coaching ci facciamo un sacco di domande, ti faccio un sacco di domande, e pretendo risposte precise, puntuali, e finché non le ottengo continuo a stare lì, a scavare, non mollo. Ma il risultato è sempre molto gratificante (per entrambi!).

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