Possedere la propria storia, mettere insieme gli eventi della nostra vita, impilarli uno sull’altro e dargli un senso, un filo conduttore, e poi unire i dati asettici alle emozioni che abbiamo provato in quelle occasioni, è il modo migliore per procedere nella direzione che intendiamo dare alla nostra vita, senza scheletri nell’armadio e senza ombre che possano un giorno tornare fuori e farci lo sgambetto. Semplice? Non scherziamo…! Necessario? Sì, se vuoi vivere una vita piena e autentica.

Possedere la propria storia (brutta traduzione di ‘Own your story’) significa dar voce a tutto, ma proprio tutto, quel che ci riguarda, non solo i trionfi, i successi, i momenti meravigliosi che tutti condividiamo sui social, ma ricomprendere in questo album anche i fallimenti, le battute d’arresto, gli inciampi, le cazzate, gli errori fatti. E ‘inglobarli’ nella nostra storia, riconoscerli, esserne grati, perché anche grazie ad essi siamo dove siamo. “Uummh, e se non mi piace dove sono?” Beh allora è arrivato il momento di metterci mano!

Fare pace con la propria storia

Se non facciamo pace con il nostro passato, non riusciremo a costruirci il futuro che vogliamo. Far pace non significa solo un “meh, è andata così…” ma piuttosto riconoscere che abbiamo sbagliato, che proviamo vergogna per quell’errore, che però è stato… umano. Che forse non potevamo fare diversamente visti gli elementi che avevamo in mano, o visto il periodo che stavamo passando: e no, non sono giustificazioni. È essere compassionevoli verso noi stessi. Riconoscerci il sacrosanto diritto di fallire, di sbagliare, di fare una enorme cazzata, di prendere la decisione sbagliata.
Quante volte è successo a me? Tante.

E se non volessi – come di solito è – ricascare nello stesso fallimento, nello stesso errore, negli stessi errori? È una domanda solo apparentemente facile, ma che nasconde spesso un sacco di altre cose. La prima risposta che mi viene in mente è che se è vero che si impara dai propri errori, non ci dovrebbero essere problemi.
Ma l’insistenza con cui mi sento chiedere “come faccio a non ricascarci? mi fa pensare che così semplice non sia. Ma mi fa anche pensare che alle volte pensiamo di poter fare lo stesso sentiero, gli stessi passi, e arrivare in un luogo nuovo: come mai potrebbe essere possibile? Non lo è.
Per arrivare in un posto diverso, bisogna fare una strada diversa. Oppure farla in un modo diverso… Ma come fare concretamente?

Analizzare, riflettere, cambiare

Credo che l’unico modo per evitarlo sia analizzare bene cosa è successo, che emozioni hai provato, e cosa faresti diversamente oggi. Se però quell’esperienza ti limiti a metterla da parte, chiuderla a chiave in un cassetto sperando che ‘sparisca’ da sola, beh… non so a te, ma a me pare tanto la teoria dello struzzo, che dici? Per non caderci mai più – o per riconoscere che ti ci stai di nuovo pericolosamente avvicinando – devi riconoscerla, analizzarla, e poi fare diversamente. Solo così avrai gli anticorpi che ti servono. “Dobbiamo far luce sui film che ci facciamo per non continuare a rinnegarli o a farci condizionare da essi. E’ un percorso talvolta lungo e difficile, che però ci aiuterà a vivere pienamente.” così scrive Brené Brown in Rising Strong, e continua: “Se integrare significa ‘rendere completo’, allora è il contrario di (…) separare, dividere, disconoscere. L’ironia è che tentiamo di disconoscere le nostre storie più imbarazzanti per apparire più integri, o più ‘accettabili’, ma la nostra completezza e la nostra pienezza, in realtà, dipendono dall’integrazione di tutte le nostre esperienze, insuccessi compresi”.

Come ‘rendere completa’ la tua storia?

Sulla base di questa definizione del verbo ‘integrare’, come possiamo allora in concreto rimettere insieme i pezzi della nostra storia e far sì che sia completa?
Scrivendoli.
Scrivendo e prestando attenzione alle nostre esperienze. Niente di sconvolgente, non si tratta di scrivere un romanzo: prendete solo degli appunti, dividete la vostra vita in decenni o quinquenni, e scrivete i fatti salienti di quegli anni, belli e brutti, successi e fallimenti. E soprattutto cercate di ricordare come vi sentivate in quei momenti: eravate arrabbiati? Delusi? Frustrati? Terrorizzati? Pieni di gioia?
Non è un testo che andrà pubblicato, non lo vedrà nessuno tranne voi – o chi vorrete voi – ma mettere nero su bianco le proprie esperienze le renderà certamente più chiare, anche perché è trascorso del tempo da quando le avete vissute, e vi consentirà di offrire a voi stessi un’altra prospettiva – e un’altra chance.

A cosa ci serve ‘possedere’ la nostra storia

… che uno dice, ok, faccio tutta ‘sta faticaccia, ma poi?
Una volta che abbiamo tutto questo materiale, utilizzando il metro della compassione verso noi stessi, riformuliamo la nostra storia. Non si tratta di raccontare (e raccontarsi) bugie, ma di essere meno severi con noi stessi, di avere un po’ più di oggettività, e – appunto – di praticare la compassione verso noi stessi. Quindi di fronte all’esame di maturità in cui sono andata in tilt, mi racconterò – in maniera compassionevole – che ero giovane, molto timida, introversa, testarda abbastanza da non accettare consigli, e che non ero pronta a parlare davanti a così tante persone sconosciute, e che questo mi ha mandato in tilt. Lascerò da parte la narrazione che finora ho fatto è che suonava più o meno: ho fatto schifo, sono stata un disastro, è stato un fallimento totale e io sono un fallimento totale.
E questo racconto compassionevole riempirà la tua valigia dell’autostima! Tutto chiaro? Prova e vedrai!