Ogni giorno leggo dei grandi successi delle persone che conosco, i cui post mi appaiono nella timeline di Facebook. E ogni giorno penso che dovrei uscire da quella bolla e guardare il mondo come è davvero.

Perché è sicuramente vero che molte persone hanno successo e fanno le cose e sono super organizzate e altrettanto super produttive, ma è anche vero che tendiamo a mostrare – soprattutto sui social – solo quello che ci rende migliori agli occhi degli altri, solo la versione migliore di noi stessi.

Poi però scopri, o ti rendi conto, che anche la più strafiga delle strafighe del giro che segui ha i suoi down, che viaggia nel regime dei minimi – esattamente come te – e che sono un tot di anni che fa quel lavoro e quindi la fase che stai attraversando tu l’ha già superata da un pezzo.
Poi ti dici anche che però per te è diverso, tu fatica e senso di inadeguatezza li senti e li sentirai sempre.

Già.

Credo che sia una malattia piuttosto diffusa, soprattutto fra le donne, e credo che l’unico modo per combatterla e forse – a tratti – superarla, sia l’azione.

Agire, per non pensare

Quando sto davanti a un post per troppo tempo, indecisa se limare una frase, cambiare un verbo, togliere una parola, per essere più incisiva/accattivante/convincente, e poi lo chiudo e ci ritorno il giorno dopo, e magari anche quello dopo ancora, ecco lì, capisco (non sempre eh?) che la paura mi sta fregando.

Sento che il senso di inadeguatezza sta prendendo il sopravvento, che la distanza che c’è tra il dire e il fare è quel mare che tenta in tutti i modi di farmi affogare, o di far affogare i miei sogni.
Allora mi fermo (non sempre eh?), respiro, e clicco ‘pubblica’.
So nuotare, non mi avrai. Mi costa fatica, una fatica incommensurabile e anche un certo mal di pancia, ma via, clicco lo stesso. Non mi avrai.

Aspetto che sia il destinatario del mio post, della mia attività, o della mia mail o di qualsiasi altra cosa stia facendo, a dirmi che sono inadeguata o non sono abbastanza. Cosa che di solito, come a tutti credo, non succede. Fatto? No.

La prossima volta son di nuovo qui, con un ciccinino di fiducia in più, ma sempre con lo stesso peso.

Però non voglio (più) essere io a sabotarmi, a sabotare i miei sogni in nome di un perfezionismo assurdo che serve solo a tagliarmi le gambe. E allora comincio a recitare il mio mantra: non sono perfetta; la perfezione non è di questo mondo; il resto della popolazione, dei freelance, dei professionisti è imperfetto quanto me. Anche quelle che fanno sempre la cosa giusta, nel momento giusto e nel modo giusto (o così raccontano).
Magari è vero, sicuramente lo è, ma magari anche loro quando hanno schiacciato ‘invia’ gli tremavano i polsi. Solo non ce l’hanno raccontato.

Il problema non è che non sappiamo fare le cose che facciamo, il problema è che agire è molto più difficile che parlare o pensare, perché comporta un’esposizione al mondo che ci spaventa.

Cosa fare?

Però fermiamoci un momento e chiediamoci: ma davvero voglio vivere con la paura di fare quella cosa lì? Davvero voglio che sia la paura a vincere su tutto e mi impedisca di raggiungere i miei obiettivi? Certo che no.

Quindi tratteniamo il respiro, chiudiamo gli occhi e schiacciamo quel benedetto tasto ‘pubblica’. Realizziamo che siamo sopravvissute. Consideriamo che siamo anche sollevate.

E andiamo avanti.

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