Quando il caos dentro di te è troppo, apri un quaderno e scrivi. Lo so che non siamo più abituati a scrivere a mano su un quaderno (c’è chi non lo fa da anni!), e so anche che la pagina bianca, brrr, mette molto a disagio. Ma l’ansia che ci stringe la gola, la tristezza che ci appesantisce il petto, la solitudine che ci avvolge come una melassa, o la gioia che ha attraversato la nostra giornata possiamo fissarle su una pagina, e magari lasciarle lì, magari scoprire che dopo ci sentiamo meglio, o magari scoprire altre cose interessanti. Trasferire il caos interiore sulla carta può diventare una delle forme più potenti di liberazione.

Non è un gesto sempre facile, e non tutti i giorni abbiamo voglia di mettere nero su bianco i nostri pensieri e le nostre emozioni. Soprattutto quando si tratta di emozioni che preferiremmo non avere. Ma vale la pena fare un tentativo. Perché la scrittura è uno strumento che possiede un grande potere (quasi magico!): quello di aiutarci a comprendere noi stessi, le cose che ci accadono, la vita in generale.

Quando la mente è troppo affollata

Per chi ha una natura introversa, questo strumento è ancora più prezioso. All’esterno possiamo apparire tranquilli, composti, forse persino distanti. Ma la verità è che le nostre menti sono teatri affollati dove si muovono continuamente pensieri, opinioni, ricordi, idee. Rimuginare è la nostra specialità, spesso la nostra condanna.

Un diario può diventare il luogo dove questi rimuginii trovano finalmente una forma, dove i conflitti che abitano la nostra testa possono essere dispiegati, osservati, risolti. È un posto sicuro per quei pensieri che gli altri non possono — o non riescono — a capire, o che non vogliamo comunicare. Funziona sempre, ma diventa vitale nei momenti difficili.

Dare un nome alle ombre

Il primo dono che un diario – e la connessa attività di journalling – ci offre è la possibilità di esaminare le nostre emozioni. In tempi come quelli che viviamo, in cui le relazioni sono mediate da distanze e protezioni, dove forse non riusciamo ancora ad avere le connessioni, , questo diventa ancora più essenziale.

Scrivere — a mano — ci aiuta a riconoscere cosa stiamo davvero provando. Siamo tristi? Arrabbiati? Ci sentiamo impotenti o in colpa? Il semplice atto di tracciare le parole sulla carta, con la lentezza della penna che scorre, ci aiuta a dare un nome a tutte le ombre che si muovono dentro di noi, e magari anche a dare un senso a tutti quei pensieri che corrono impazziti nella mente. Possiamo essere del tutto sinceri. Non dobbiamo nascondere nulla. Neanche a noi stessi.

Con il passare del tempo, qualcosa di inaspettato comincia a succedere. Pagina dopo pagina, giorno dopo giorno, iniziamo a sviluppare compassione verso noi stessi. Quel senso di colpa che ci portiamo dietro — per non essere abbastanza produttivi, per “perdere tempo”, per il fatto che a volte ci viene da piangere e piangiamo— inizia a sciogliersi, rimpiazzato da un po’ di gentilezza verso noi stessi. Diventa ok stare male – o non stare sempre bene.
Diventa ok avere giorni improduttivi, giornate no, momenti in cui ci sentiamo sconvolti, sottosopra, magari senza che ci sia chiaro il perché. Scrivendo riusciamo a vedere che è davvero difficile, quello che stiamo vivendo. E che dobbiamo essere pazienti con noi stessi. Non è affatto facile, perché siamo abituati a fare il contrario, a darci addosso e a usare parole brutte nei nostri confronti. Ma la scrittura, e la rilettura di quel che abbiamo scritto, è di grande sostegno.

Scoprirsi pagina dopo pagina

Non sempre rimuginando impariamo cose su noi stessi. A volte ci attorcigliamo nei nostri pensieri in modo così assurdo da non capire nemmeno più da dove siamo partiti. Scrivendo, invece, andiamo ancora più a fondo: la scrittura ci costringe a essere più lucidi e a non perderci in spirali senza fine, più chiari nello spiegare quel che ci succede con parole semplici, più efficaci nel chiarire concetti così da renderli più comprensibili prima di tutto a noi stessi.

E questa chiarezza diventa poi un trampolino per trovare una via d’uscita. Scopriamo ancora di più chi siamo e come siamo fatti e questa consapevolezza ci aiuta a esprimerci meglio, e in definitiva a farci capire meglio dagli altri. Il viaggio verso l’interno diventa, paradossalmente, anche un viaggio verso la connessione con le persone che ci stanno attorno e che hanno a cuore il nostro benessere.

Da dove iniziare?

Se tutto questo ti ha risuonato, ma ti senti un po’ in difficoltà davanti alla pagina bianca, ecco alcuni spunti da cui partire. Sono solo spunti: sono certa che una volta che si parte, si va,  altre stanze si apriranno da sole.

Cosa ti è pesato particolarmente negli ultimi tempi? Quel peso che porti sulle spalle — come si chiama? Di che colore è?

Cosa invece ti ha reso felice, o ti ha strappato un sorriso? Anche solo un momento, anche solo un attimo. Catturalo sulla carta prima che sfumi.

Qual è la tua emozione ricorrente? E dove la senti nel corpo? È una stretta al petto? Un nodo alla gola? Un vuoto allo stomaco?

Che cosa avresti voglia di fare in questo momento, proprio adesso? Non quello che dovresti fare. Quello che desideri davvero.

Che cosa puoi fare per rendere la tua giornata più accettabile? Una piccola cosa, anche minuscola. Qualcosa che sia nelle tue possibilità.

Scrivi una lettera a una persona che non vedi da tempo. Raccontagli quello che ti succede, come se fosse lì con te, davanti a una tazza di tè.

Con chi avresti voglia di litigare? Scrivi un dialogo immaginario con questa persona. Digli tutto quello che vuoi. Sfogati. La pagina può contenere la tua rabbia senza giudicarti. Poi bruciala.

 

Inutile dire che un diario non risolverà tutto, non farà sparire del tutto il dolore o la confusione (ricorda che ci sono sempre degli specialisti a cui fare riferimento se ne senti il bisogno). Ma ti renderà sicuramente le idee più chiare e sarà la tua testimonianza del momento che stai attraversando.

 

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