Quando ero bambina, il fatto che passassi del tempo da sola – finché sono stata figlia unica – non è mai stato un problema: nessuno se n’è mai lamentato né mi ha fatto capire che c’era qualcosa che non andava in questo.

Un po’ più grandicella, forse con l’ampliarsi del circolo delle amicizie e con la costruzione del carattere, sono arrivate le prime – come posso chiamarle? Allusioni? – che forse c’era qualcosa che non andava in me: parlavo poco, ero silenziosa, ero tranquilla, mi piaceva leggere, tutte cose che ho sempre fatto e che ero sempre stata, ma che improvvisamente erano un segno che qualcosa non andava. L’ho capito perché gli altri hanno cominciato a chiedermene il perché. Perché non parli? Perché non ti piace andare alle feste? Perché non esci con noi stasera, andiamo in quel bar pieno di gente, casino, musica, fumo? Perché non ti piacciono le feste con 200 persone, dai vieni anche tu! (Meh)
Ovviamente un po’ glissavo, un po’ mi costringevo onde evitare la totale reiezione sociale, ma sempre ne uscivo distrutta. Per fortuna poi avevo la mia cameretta solitaria (da un certo punto del liceo in avanti) e mi isolavo. E così mi ricaricavo le pile.

Poi sono cresciuta ancora, mi sono fatta tante esperienze ‘sociali’, ma ancora quel qualcosa, quello sguardo (e non solo) di chi mi incontrava e si ricordava solo che non parlavo, oppure non si ricordava nemmeno chi fossi, oppure sentiva il bisogno (in buonissima fede!) di coinvolgermi in ennemila attività ‘sociali’. In parte mi hanno fatto bene perché mi hanno fatto guarire dalla timidezza – che da quella sì si può guarire! – ma io comunque non mi divertivo, e mi stancavo moltissimo, e allora cercavo di andarmene prima, o di stare a tu per tu con le persone, o di proporre svaghi che coinvolgessero molte meno persone. Ma ancora non avevo capito che TUTTO QUESTO era una cosa sola: essere introversa. E la vivevo piuttosto male: cos’ho che non va? Perché a me piacciono cose/attività/divertimenti che agli altri annoiano? E perché agli altri piacciono cose/attività/divertimenti per i quali io non mi muoverei nemmeno pagata? Perché sto così bene da sola? Odio forse gli altri???

Cosa è davvero la ‘socialità introversa’

Niente di tutto questo ovviamente. Gli ‘altri’ mi piacciono, mi sono sempre piaciuti, le persone mi piacciono, ho davvero tanti amici e conoscenti, parlo con chiunque ma… uno alla volta! Ancora oggi se mi trovo in una situazione con più di dieci persone poco conosciute faccio fatica, ma proprio fatica fisica, mi stanco. Non è questione di timidezza – non più – ma più di ‘perché sto qui ad ascoltare questa persona? Cosa mi porto a casa?’ (può sembrare cinico, ma quando hai poche energie sociali devi contingentarle!)

Sono una persona orribile? No :-). Sono selettiva? Sì, per forza. Dopo 3 conversazioni sul nulla (o sul tempo, o altre amenità) sono spossata, quindi no, grazie. Se dopo il tempo e quello che hai fatto ieri riusciamo a parlare di qualcosa di più interessante ok, ci sto. Altrimenti per me è solo farmi ‘rubare’ la mia poca energia sociale. Perché ne ho poca, e ho imparato che non posso sprecarla, altrimenti finisco a terra, come una gomma sgonfia. E con una gomma sgonfia non puoi pedalare, devi aggiustarla.

Come ricarica le energie un introverso

Il modo in cui un introverso “aggiusta”  il suo deficit di energia è la solitudine. Stare da soli. Quando sono stanca dopo delle interazioni sociali so che devo farmi un giro da sola, andare in un’altra stanza, andare in bagno (! sì, vale anche andare in bagno!), insomma ritirarmi nella mia grotta, talvolta anche in assoluto silenzio. E lì le mie pile cominciano a ricaricarsi, e io a stare meglio.

Ovviamente avrei voluto capire, scoprire, sapere tutto questo – e cioè che sono semplicemente, introversa, e che va bene così – molto tempo fa, e invece l’ho scoperto solo… l’altro ieri.
Ma forse non erano maturi i tempi, o gli studi, o non so che altro (sai che ancora di recente c’è chi parla dell’introversione come di una devianza, una malattia da curare, un problema? Ecco…)

Però ora vorrei davvero prendere da parte tutti i piccoli introversi che incontro, anzi grandi e piccoli, e dirgli che non c’è nulla che non va in loro, nulla che deve essere aggiustato o sistemato o corretto, che non devono ‘imparare’ ad essere estroversi perché non è la loro natura, e che devono conoscersi, capire come funzionano, accettarsi, e vivere felici.

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