Durante il tirocinio di coaching (100 ore gratuite sotto supervisione) che feci per diventare coach, ho incontrato un sacco di donne alle quali avrei potuto mettere il titolo di questo post, e che esordiscono dicendomi che sono stufe, stanche di dover rincorrere un’ideale che si allontana sempre più dalla loro realtà, stanche di non sentirsi mai all’altezza di niente, di nessuna situazione. Stanche di non riuscire a fare tutto.

Stanche di essere sempre insofferenti, insoddisfatte, e desiderose invece di raggiungere degli obiettivi, personali e/o professionali.

Si è trattato quasi sempre di donne, e di età diverse: all’inizio pensavo che fosse più la mia generazione (40 anni o giù di lì) o quelle precedenti a soffrire di questa terribile malattia che è la scarsa o scarsissima autostima.

Poi ho cominciato ad incontrare anche ragazze giovani, senza nessuna apparente problematica, e con questo intendo dire carine, intelligenti, preparate, spigliate, affascinanti, di tutto e di più, ma con un senso di sé sempre e inevitabilmente sotto la suola delle scarpe.

E oggi che di anni ne ho 50 e di clienti ne ho avute parecchie, posso dire con un certo margine di certezza che non è una questione di età, ma ahimè di genere: le donne soffrono di scarsa stima di sé, e questo è un grande problema per loro, ma anche una grande perdita per la società in generale.

Segnali di una bassa autostima

Una risposta alla domanda da cosa è causata una bassa autostima posso formularla su una serie di indizi basati sulla mia vicenda personale, che ritrovo nei racconti delle donne che si affidano a me, ad esempio:

– un’educazione molto (se non del tutto) basata sui “devo”, “devi”, e poco o per nulla sui “voglio, vorrei, mi piacerebbe”; in ogni caso, sempre, c’è prima il dovere e solo dopo (se ti rimangono tempo ed energie) il piacere

– un’educazione basata sull’imperativo “si fa così”, come se ci fosse un unico modo al mondo di fare le cose

– degli insegnamenti estremamente rigidi su cosa è giusto e cosa è sbagliato, anche questi in termini assoluti e non relativi, legati alla singola persona

Con il coaching ho invece imparato che:

  • – meglio un “devi” di meno e un “vuoi” di più: nel primo caso l’imposizione è totale e porta, nel lungo periodo, a un forte risentimento e un forte desiderio di ribellione. Questo vale con noi stessi, con le persone che ci circondano (amici, parenti, partner), con i figli (sì, anche con loro!)
  • i “devo” peggiori sono quelli che imponiamo a noi stessi sulla base di automatismi che ci sono entrati dentro da tempo immemore e di cui non ci rendiamo nemmeno più conto, ma che vengono presto svelati dal linguaggio che usiamo.
  • Nel momento in cui ce ne rendiamo conto, facciamo il primo passo. Il secondo è impedire all’automatismo di scattare, e bypassarlo.

Impossibile eliminare i ‘devo’? No, questione di allenamento

Noi donne siamo le principali vittime di questi “devo”, che ci sotterrano di sensi di colpa e di inadeguatezza. Spesso (sempre) reprimiamo i “voglio”, li rinchiudiamo in un cassetto inaccessibile, perché siamo pur sempre delle brave bambine. E lì si accumulano, e si esprimono (talvolta) solo in piccole e logoranti schermaglie nelle quali soccombiamo più o meno sempre, ragion per cui il nostro risentimento, verso chiunque, senza renderci conto che siamo vittime di noi stesse, aumenta anziché diminuire.

Per questo, di fronte a coachee che portano situazione di questo tipo, il mio consiglio è di provare, a piccoli passi e con piccoli comportamenti, a mutare il corso delle cose, provando altre strade, e partendo dalle piccolissime cose quotidiane.

Voglio farlo? O devo farlo? E perché devo farlo? Chi lo dice che devo farlo? Gli automatismi, i condizionamenti, l’educazione, chi?

Ci si allena e poi si arriva, in una sorta di escalation positiva, ad affrontare i temi più grossi senza tutto il carico del risentimento accumulato.

Si è così anche più efficaci nello spiegarsi agli altri e nel far valere, se non le proprie ragioni, sicuramente il proprio punto di vista.

Non si ottiene tutto e subito, scordatelo. Ci vuole tempo, e pazienza. Due cose che spesso non abbiamo voglia di mettere in campo. Ma è l’unico modo. E quell’unico modo sarà il nostro modo, l’unico che funziona per noi. E ovviamente ci vuole tempo per trovarlo!

Si fa così (e solo così)

Il “si fa così” lo combatto più genericamente con “no, si fa cosà, o anche cosà, o anche cosà”, e ricordandomi (e ricordando alle mie coachee) che siamo tutti diversi e tutti abbiamo soluzioni diverse per situazioni diverse, il che porta (secondo una regola matematica che non conosco, ma che certamente c’è) ad un numero esponenziale di opzioni possibili: il gioco è trovare la propria.
E’ una sfida, e molto interessante secondo me. Allena il cervello.
Diffido sempre da chi mi presenta la verità, un assoluto. Non ci credo. E’ solo la tua verità e fino a prova contraria, vale tanto quanto la mia.

Più o meno lo stesso vale per ciò che “è giusto” e ciò che è sbagliato: non esistono gli assoluti, esistono le persone, le situazioni, i sentimenti, i desideri che anche qui, combinati assieme, portano a ennemila possibili variabili.

 

Vuoi lavorare con me per sentirti “abbastanza” (brava, preparata, competente, bella…)? Puoi guardare cosa posso fare per te e come possiamo lavorare insieme alla pagina Per la tua vita. Ti aspetto!

Iscriviti a Il lavoro che fa per te esiste

Termini & Condizioni 

SalvaSalva

SalvaSalva

Condividi questo articolo...