Il capitalismo ci vuole individui, soli, isolati. La reazione che dobbiamo mettere in atto è allearci, condividere, coalizzarci, unirci. Ma ne siamo ancora capaci? Alle volte ne dubito parecchio: l’individualismo e il mito dell’eroe o dell’eroina solitaria ci è entrato sottopelle ed è difficile liberarcene, ma vedo anche dei segnali di cambiamento.
Categoria: Cambiamento Pagina 3 di 18
Donne stufe, stanche di dover rincorrere un’ideale che si allontana sempre più dalla loro realtà, stanche di non sentirsi mai all’altezza di niente, di nessuna situazione. Stanche di non riuscire a fare tutto. Stanche anche di essere sempre insofferenti, insoddisfatte, e desiderose invece di raggiungere degli obiettivi, personali e/o professionali. Cosa manca a queste donne? Apparentemente nulla: sono consapevoli del loro stato e sono determinate a raggiungere i loro obiettivi. Però qualcosa tra la prima e la seconda manca, e spesso questa “cosa” che manca è l’autostima.
Siamo a dicembre e tutti intorno a me corrono, mentre io vorrei solo fermarmi e riposare. Rallentare per chi vive in una città (come Milano) è quasi una bestemmia, ma come, ma sai cosa ti perdi? Sì, e me lo voglio proprio perdere…
Come ogni volta che mi trovo in una situazione scomoda, osservo cosa fanno gli altri e vado in senso opposto. Sono sempre stata una bastian contrario quindi mi viene naturale, ma mai come negli ultimi anni ho capito che questa cosa alla fine mi torna utile. Anziché fare come la maggior parte delle persone ossia accelerare e aumentare i ritmi, io rallento.
Molto spesso partiamo dal presupposto che la nostra condizione di insoddisfazione/infelicità sia legata al lavoro. Come se il lavoro dovesse essere la nostra fonte di felicità e/o soddisfazione. Ma se ci pensi un momento ti renderai conto che nel corso dei secoli passati questa idea non ci sia mai stata, e il lavoro fosse considerato una necessità – per la sopravvivenza – e una fatica da tollerare nel corso degli ultimi due secoli. Che il lavoro potesse assicurarci la felicità è qualcosa che è arrivato solo in tempi moderni e modernissimi, come favola per… farci lavorare. Perché sappiamo tutte e tutti che, ancora oggi, il lavoro è fatica – anche se fai il lavoro che ami! – ed è anche parecchio necessario per la nostra sopravvivenza.
Tuttavia, le persone che incontro arrivano da me tutte con una questione lavorativa da sottopormi, di cui credono di essere le uniche persone a soffrire o sperimentare, e con un investimento enorme di aspettative sul lavoro: come mai, mi chiedo?
Nel corso del 2023 ho avuto un sacco di occasioni in cui allenarmi in una pratica a cui non sono molto avvezza e di cui ho di solito un gran terrore: il public speaking.
Sono passata dalle aule di alcuni corsi di formazione, alle serate di presentazione di una causa a cui tengo molto, a festival ed eventi aperti al pubblico, a aule universitarie (!), e ogni volta è stato un po’ più facile, un po’ meno faticoso, addirittura anche un po’ più divertente (divertente!), anche se, potendo scegliere, farei certamente altro.
Sono mediamente contenta di come è andata, potevo fare meglio certamente, ma ogni volta ho aggiunto un pezzettino, fatto un passo avanti, e mi sento sempre più confidente e sicura. Mancano ancora 2-3 pezzettini – secondo me – perché io sia del tutto soddisfatta (soddisfatta, non perfetta, bada bene! Ché la perfezione è il male assoluto, ne ho parlato qui) ma ci continuo a lavorare su e pian piano ci arriverò.
Nel frattempo, mi alleno. E lo faccio tutte le volte che mi si presenta un’occasione, senza tirarmi indietro, e consapevole che è un esperimento dal quale posso soprattutto imparare qualcosa per migliorarmi.
Non l’ho sempre pensata così, che te lo dico a fare.
Da vera introversa ho sempre pensato che il public speaking non facesse per me (anche se ci sono introvers@ che sono ottimi oratori!) e che ci dovevo mettere una pietra sopra. Invece la vita ci si mette, spesso, di mezzo e ti propone delle opportunità, o delle sfide, che spingono proprio nella direzione che avresti voluto da tempo abbandonare.
E allora ti ritrovi a pensare che ti tocca, che evidentemente lì c’è un pezzettino di strada che devi ancora fare, e anche se non sai dove ti porterà, lo sforzo grande è rimanere fiduciosa che ci sia qualcosa ad attenderti, apposta per te.
Public speaking e connessioni
Così è stato per me con il public speaking: da esperienza terrorizzante a modalità con cui entrare in connessione con le persone, cosa che mi riesce molto bene nel 1:1, ma che pensavo di non essere capace di fare con più di 3 persone. E invece.
Invece ho scoperto che creare condivisione e connessione, con il public speaking, è molto fruttuoso, e anche molto gratificante per me.
Naturalmente di solito uso alcuni trucchi (si fa per dire!) che funzionano molto bene e che ho imparato da quando faccio la coach. E che ho negli anni affinato. Quali sono questi “trucchi”? In realtà non sono trucchi ma competenze, skills, e sono:
- fare domande: anziché prepararmi un lungo discorso e/o una lunghissima lezione frontale, mi preparo poche cose, alcuni temi che ritengo fondamentali da affrontare, ma li accenno per sommi capi e poi faccio un sacco di domande a chi mi ascolta – questo mi permette di capire meglio quali sono le aspettative, i punti di vista, gli approcci e di modulare la lezione o l’intervento in base ad essi;
- ascoltare: dopo aver fatto domande e aver cercato di coinvolgere un po’ tutti gli astanti, ascolto con molta attenzione quel che mi dicono. Pratico quello che in coaching viene definito “ascolto attivo”, che è un ascolto molto difficile e faticoso, ma molto molto molto utile per avere ulteriori informazioni su chi ho di fronte.
Nelle occasioni in cui ho sperimentato – e poi fatto mio – questo modo di pormi ho notato diverse cose interessanti:
- le persone sono più propense a dire davvero come la pensano
- le persone sono più disponibili a discutere in modo civile
- le persone sono più disponibili ad accettare una critica o un’osservazione e rifletterci sopra
Credo che la ragione sia principalmente dovuta al fatto che sentono di avere davanti un interlocutore che è disposto a mettersi in gioco, che non parte pensando di sapere tutto (o tutto quel che c’è da sapere su un certo argomento), che è aperto e pronto a mettersi in discussione perchè non ha paura di fare una figuraccia.
In un delle ultime occasioni in aula ho addirittura imparato io delle cose, e questa bella sensazione di scambio tra me e chi avevo di fronte mi ha davvero dato una grande soddisfazione, e ovviamente ha anche tranquillizzato la mia ansia da prestazione nelle occasioni di public speaking (poi un po’ di ansia resta sempre, ma non riesce più a paralizzarmi al punto di rinunciare).