Stanca di dover rincorrere un’ideale che si allontana sempre più dalla tua realtà, stanca di non sentirti mai all’altezza di nessuna situazione, stanca di non riuscire a fare tutto? Stanca di essere sempre insofferente, insoddisfatta, e nel mentre desiderosa di raggiungere obiettivi personali e/o professionali?

Sei anche tu lì? Ti vedo, e come te vedo un sacco di altre donne, di tutte le età, nella stessa condizione.

Tutti questi sintomi che ho elencato appartengono a quella malattia chiamata: bassa autostima. Ed è una malattia che colpisce tutte le età e le classi sociali. Nei miei 10 anni di lavoro come coach posso dire che il 99% delle donne con cui ho lavorato avevano questo problema. Un’epidemia. Lo avevo anch’io del resto, e ne so qualcosa molto da vicino. Ora è tutto risolto, va tutto benissimo con la mia autostima? No, ma decisamente i passi avanti sono stati molti e la qualità della mia vita decisamente migliorata.

Purtroppo è una vera e propria questione di genere: la maggior parte delle donne soffrono di scarsa stima di sé, e questo è un grande problema per loro, ma anche una grande perdita per la società in generale.

Segnali di una bassa autostima

Una risposta alla domanda da cosa è causata una bassa autostima posso formularla su una serie di indizi basati sulla mia vicenda personale, che ritrovo nei racconti delle donne che si affidano a me, ad esempio:

  • un’educazione molto (se non del tutto) basata sui “devo”, “devi”, e poco o per nulla sui “voglio, vorrei, mi piacerebbe”; in ogni caso, sempre, c’è prima il dovere e solo dopo (se ti rimangono tempo ed energie) il piacere
  • un’educazione basata sull’imperativo “si fa così”, come se ci fosse un unico modo al mondo di fare le cose
  • degli insegnamenti estremamente rigidi su cosa è giusto e cosa è sbagliato, anche questi in termini assoluti e non relativi, legati alla singola persona
  • una cultura e una narrazione che ci fanno sentire che ci manca sempre qualcosa e che ha come target principalmente le donne
  • la scarsissima consapevolezza che abbiamo di quanto le donne siano vittime di condizionamenti sociali e culturali.

Con il coaching e con gli anni di lavoro su di me ho invece imparato che:

  • meglio un “devi” di meno e un “vuoi” di più: nel primo caso l’imposizione è totale e porta, nel lungo periodo, a un forte risentimento e un forte desiderio di ribellione. Questo vale con noi stesse, con le persone che ci circondano (amici, parenti, partner), con i figli (sì, anche con loro!)
  • i “devo” peggiori sono quelli che imponiamo a noi stesse sulla base di automatismi che ci sono entrati dentro da tempo immemore e di cui non ci rendiamo nemmeno più conto, ma che vengono presto svelati dal linguaggio che usiamo
  • nel momento in cui ce ne rendiamo conto, facciamo il primo passo. La consapevolezza è il trampolino da cui poi possiamo fare il salto
  • riconoscere che c’è un sistema, un contesto, dentro il quale viviamo che ci spinge e ci influenza in una certa direzione è altrettanto importante: la responsabilità è nostra solo in parte. Basta sentirsi in colpa, basta pensare di essere l’unica.
  • assumersi la responsabilità e l’onere di cambiare direzione, di fare diversamente, di agire in modo diverso: questo sì, è tutto nelle nostre mani, ed è un’ottima notizia!

Impossibile eliminare i ‘devo’? No, questione di allenamento

Noi donne siamo le principali vittime di questi “devo”, che ci sotterrano di sensi di colpa e di inadeguatezza. Spesso (sempre) reprimiamo i “voglio”, li rinchiudiamo in un cassetto inaccessibile, perché siamo pur sempre delle brave bambine, non sta bene volere qualcosa. E lì si accumulano, e si esprimono (talvolta) solo in piccole e logoranti schermaglie nelle quali soccombiamo più o meno sempre, ragion per cui il nostro risentimento, verso chiunque, senza renderci conto che siamo vittime di noi stesse, aumenta anziché diminuire.

Per questo, di fronte a clienti che mi portano situazione di questo tipo, quello che consiglio è provare, a piccoli passi e con piccoli comportamenti, a mutare il corso delle cose, provando altre strade, e partendo dalle piccolissime cose quotidiane.

Voglio farlo? O devo farlo? E perché devo farlo? Chi lo dice che devo farlo? Gli automatismi, i condizionamenti, l’educazione, chi?

Ci si allena e poi si arriva, in una sorta di escalation positiva, ad affrontare i temi più grossi senza tutto il carico del risentimento accumulato.

Si è così anche più efficaci nello spiegarsi agli altri e nel far valere, se non le proprie ragioni, sicuramente il proprio punto di vista.

Non si ottiene tutto e subito, eh? Ci vuole tempo, e pazienza. Due cose che spesso non abbiamo voglia di mettere in campo. Ma è l’unico modo. E quell’unico modo sarà il nostro modo, l’unico che funziona per noi. E ovviamente ci vuole tempo per trovarlo! Sbaglieremo, ci metteremo in imbarazzo, risulteremo antipatiche o sopra le righe, ma tutto a favore del nostro stare bene. Basta essere mansuete, è ora di essere ciò che vogliamo essere.

Si fa così (e solo così)

Il “si fa così” lo si combatte con un “no, si può fare cosà, o anche cosà, o anche cosà”, e ricordandomi  che siamo tutti diversi e tutti abbiamo soluzioni diverse per situazioni diverse, il che porta (secondo una regola matematica che non conosco, ma che certamente c’è) ad un numero esponenziale di opzioni possibili: il gioco è trovare la propria.
E’ una sfida, e molto interessante secondo me. Allena il cervello.
Diffido sempre da chi mi presenta la verità, un assoluto. Non ci credo. E’ solo la tua verità e fino a prova contraria, vale tanto quanto la mia.

Più o meno lo stesso vale per ciò che “è giusto” e ciò che è sbagliato: non esistono gli assoluti, esistono le persone, le situazioni, i sentimenti, i desideri che anche qui, combinati assieme, portano a ennemila possibili variabili.

Sei pronta a metterti in gioco per trovarle? Se hai bisogno di una mano, io sono qui.

 

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