Se parlo di cura di sé, a cosa pensi? Pensi di dover andare dall’estetista o dal barbiere? E se invece ti dicessi di ‘perdere tempo’ – se te lo dessi come compito – a cosa penseresti (oltre a un ‘questa è matta!’)? Viviamo in un’epoca di grande iperattività, grandi quantità di impegni, in cui ‘essere occupati’ (o busyness, come dicono gli anglosassoni) sembra essere la cosa più figa del mondo. Ma siamo davvero sicuri? Non sarà che ogni tanto è meglio fermarci, e sì, ovvio, prenderci cura di noi stessi? E perché leghiamo la cura di sé al ‘perdere tempo’?

Siamo figli di un’epoca e di una cultura, anche religiosa, che ci ha insegnato che dobbiamo prenderci cura degli altri, ma il precetto cristiano prevede che ognuno di noi ami gli altri come ama se stesso (‘Ama il prossimo tuo come te stesso’, dice il Vangelo). Noi invece ci siamo fermati al primo pezzo della frase (Ama il prossimo tuo) e abbiamo dimenticato il resto: ‘amare se stessi’ ce lo siamo dimenticato. Come sia successo non lo so, ma so per certo che in giro c’è un sacco di gente che:

  • non ha idea di cosa significhi prendersi cura di sé, perché non lo ha mai fatto
  • è convinto che prendersi cura degli altri abbia lo stesso effetto su di sé (di riflesso)
  • vorrebbe prendersi cura di sé, ma non lo fa perché è da egoisti, ‘non si fa’

Ahimè, temo che siano tutti in errore 🙁

Mi è capitato ogni tanto di chiedere alle mie clienti cosa facessero per prendersi cura di sé, e le facce – più che le risposte – sono state sempre molto significative: da un “ma che davvero? Ma allora si può? Non è reato?” a un “Scherzi, vero? Ma quando mai!” per finire con il classico “Non ho mica tempo da perdere, io!”. Poi man mano che la conversazione continuava e riuscivo a far capir loro che la cura di sé non è un optional, ma è essenziale per avviare un percorso di cambiamento, diventavano possibiliste. Idem con alcuni uomini, anche se loro nella cura di sé sono molto più avanti.

Cura di sé vs perdere tempo

Anch’io ho spesso pensato che la cura di sé fosse ‘perdere tempo’, una cosa che ci si può permettere di fare solo dopo aver adempiuto a tutti i miei doveri (e ovviamente parlo di doveri nei confronti degli altri), un lusso per pochi e da assaporare pian piano in modo da trattenerne il profumo a lungo. Poi ho provato anche io a sfidare questa mia convinzione limitante (quei dogmi a cui siamo attaccati e che ci impediscono di sperimentare qualcosa di diverso), e mi son detta proviamo. Proviamo a non viverla come una perdita di tempo, come un tempo sottratto ai doveri, con senso di colpa, ma invece come un regalo da fare a se stessi, non un lusso ma una sana abitudine, non qualcosa relegato al fondo della lista ma in cima (e lì: “ooooh, esagerata, e chi ti credi di essere? Superbia! Lussuria! Gola!”).

Così, insomma, un po’ titubante ho provato. La cosa – c’era da aspettarselo – mi è piaciuta un sacco. Prendermi un tempo in agenda per farmi i ‘fatti miei’ qualsiasi cosa significasse per me è stato esaltante. Magico. Ho cominciato poi – devo dire qui con molta fatica – a fare quelli che Julia Cameron chiama Appuntamenti con l’artista: due ore da dedicare a ciò che ci piace fare, artistico o meno, è irrilevante. Faticoso perché il senso di colpa è sempre lì in agguato, non c’è verso, in ogni momento e nonostante la ripetizione (che dovrebbe allenare): ma mi sentivo felice come quando bigiavo la scuola! Il sapore di qualcosa di proibito (ma da chi, poi? mah) me l’ha reso ancora più simpatico, questo appuntamento, di cui ora non ho quasi più bisogno perché pian piano la cura di me è diventata un’abitudine. Non si tratta di grandi cose ma anzi piuttosto di piccole cose che cambiano il colore della mia giornata: un caffè in un bar nuovo, due passi nel parco, leggere al mattino, prima di iniziare a lavorare, fare decluttering, guardare il soffitto o più spesso le nuvole in cielo, comprarmi dei fiori… Non c’è nulla che mi dia più spinta per fare le cose che ‘devo’ fare di questi piccoli, minuscoli, momenti di self-care sparsi nell’arco della giornata.