Quando pensiamo alla cura di noi stessi subito veniamo colti da sentimenti contrastanti: farò bene a prendermi del tempo per me? Ci sono molte cose più importanti da fare! Vado a fare una passeggiata o resto seduta qui a lavorare? Cosa mi spinge a scegliere una alternativa o l’altra? Cosa a scegliere molto spesso il dovere, o quello che penso essere il mio dovere, a scapito di una cosa che mi fa stare bene? Non è forse anche quest’ultimo, in fondo, un mio ‘dovere’?

Prendersi cura di sé è difficile, soprattutto se sei stata educata a pane e ‘fai il tuo dovere‘, e anche ‘prima il dovere e dopo il piacere‘; è una scelta che tutte le volte comporta una battaglia interiore: più ti alleni a combatterla, questa battaglia, più sarai allenata, e farai meno fatica a scegliere di prenderti cura di te.

Cura di sé e egoismo

Se prendersi cura di sé è egoismo nella tua testa (come nella mia) è perché non siamo abituate a dire ad alta voce quello di cui abbiamo bisogno in un preciso momento, profondamente convinte che possa ‘tranquillamente’ passare in secondo piano (e poi in terzo, e poi in fondo alla lista). Il risultato? Facciamo stare bene gli altri (evviva!) e stiamo male noi – che è un risultato diciamo così intermedio, perché il risultato finale è che a un certo punto stiamo così male che non riusciamo nemmeno a far stare bene gli altri. Bang.

Per sfatare dubbi circa il fatto che se ci prendiamo cura di noi siamo egoiste, ricordo che per egoismo si intende (vocabolario Treccani) “l’atteggiamento di chi si preoccupa unicamente di sé stesso, del proprio benessere e della propria utilità, tendendo a escludere chiunque altro dalla partecipazione ai beni materiali o spirituali ch’egli possiede e a cui è gelosamente attaccato”.

Direi quindi che possiamo metterci il cuore in pace rispetto al fatto che se ci occupiamo anche del nostro benessere, ci prendiamo cura anche di noi stessi (così come degli altri), non siamo affatto egoisti.

Perché non ci scandalizziamo quando in aereo ci dicono che in caso di emergenza dobbiamo prima metterci noi la mascherina d’ossigeno e poi aiutare chi abbiamo di fianco? Perché fa la differenza tra essere di aiuto e non esserlo. E che a sua volta ha come presupposto: se sto bene io, posso aiutarti; altrimenti non posso, non riesco.

Fare qualcosa per sé, e basta

Questo principio è quello che dovrebbe guidare le nostre scelte quotidiane di fronte all’alternativa faccio qualcosa per me/faccio qualcosa per gli altri attorno a me: se sto bene io, poi posso aiutarti o anche solo occuparmi di te. Ma se non mi prendo cura di me, non starò affatto bene, e non potrò occuparmi al meglio di nessun altro.
Se ci facciamo guidare dal principio che vogliamo essere pronte ad occuparci di chi abbiamo attorno, non possiamo dimenticarci che in quell’ambiente ci siamo anche noi, e che rischiamo di essere inefficaci proprio in ciò in cui diciamo di volerci impegnare di più, ossia la cura degli altri.

La cura di sé è quella cosa che ci fa chiedere a noi stessi di cosa abbiamo bisogno, e ci invita a risponderci onestamente. E’ un atto di profondo amore per noi stessi, e in definitiva anche per gli altri, perché solo se ci prendiamo cura di noi abbiamo le ‘abilità’ per prenderci cura degli altri, e perché con il nostro esempio possiamo ispirare altri a fare altrettanto.

Sappiamo che la cura di sé aumenta la nostra salute fisica e mentale, costruisce la nostra resilienza, e ci rende capaci di occuparci del mondo attorno a noi in modo gentile e compassionevole.
Eppure spesso è faticoso, perché ci spinge a ‘combattere’ contro automatismi radicati in noi, ancora più spesso è causa di sensi di colpa che dobbiamo combattere (di nuovo fatica). Ma scegliendo di prenderti cura di te, scegli di nutrire il tuo essere più profondo, di attingere al tuo senso di umanità, comunità e responsabilità rispetto al tipo di persona che vuoi essere, e forse anche rispetto al mondo intorno a te che vuoi costruire.

Cosa vuol dire in pratica prendersi cura di sé (e come cominciare)

Come in tutte le cose, sono per un approccio soft e ‘customizzato’, ossia personale: nessuno sa meglio di ognuno di noi cosa vuol dire prendersi cura di se stesso. Ma magari qualche suggerimento generale e generico può essere utile per dare invia a questa riflessione che ognuno può fare, e farla più facile.

  1. La prima idea che mi viene in mente è di mettere nero su bianco una lista di cose/attività/luoghi/momenti che hanno per noi un significato di ‘cura’. Io metterei in questa lista, per esempio, guardare il cielo dalla finestra per 10 minuti, tutti i giorni, possibilmente guardando le nuvole. Cazzeggiare, insomma. E qui mi viene in mente una seconda idea:
  2. Cambiamo il vocabolario che usiamo per descrivere la cura di sé: no, non è cazzeggio, mi sto prendendo cura di me, per poi tornare a fare il mio dovere meglio di prima. Suona meglio, no?
  3. Stare nella natura almeno un po’ ogni giorno, attraversare un parco o un giardino, ma se non fosse possibile, che so, fare un giro in un vivaio, in una serra, in un bel negozio di piante e fiori (non è la stessa cosa, ma ogni tanto può andare)
  4. Essere aperti, flessibili, e non cercare anche nella cura di sé la perfezione: certo che camminare in un parco sarebbe perfetto, la cosa migliore, ma se  non c’è verso che oggi riesca a farlo, trova delle alternative! L’intransigenza e il perfezionismo sono dei nemici, sempre, e anche nella cura di noi stessi.
  5. Più in pratica: prendersi un caffè con qualcuno che non vediamo da tempo, fermarsi in un bel bar che abbiamo incrociato sulla strada, prendersi una pausa e mettersi a leggere 10 minuti (10!) su una panchina.
  6. Scovare la bellezza in ogni angolo, sempre. L’altro giorno nel parco a fare una sessione con un cliente abbiamo visto un leprotto, un leprotto!, come quelli dei cartoni animati. Ci siamo fermati a guardarlo con stupore. Non è forse bellezza questa?
  7. Perseverare: la cura di sé aumenta più la pratichiamo, anche una cosa piccola al giorno, ma non dimentichiamola mai – non dimentichiamoci mai che è essenziale per il nostro benessere.

 

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