Non è facile capire, distinguere, ciò che causa un certo tipo di situazione che stiamo vivendo, capire cioè se la causa è esterna (ambiente lavorativo per esempio), o se invece la causa è interna, e deriva cioè da una scarsa conoscenza di come ‘funzioniamo’ come essere umani. Alle volte diamo per scontato che ciò che succede a noi, i giri che fanno i nostri pensieri, sono uguali a quelli degli altri, e viceversa. Ma – sorpresa! – non è così.

Quando un cliente arriva dicendomi che si sente stanco, apatico, privo di motivazione, senza più voglia di andare a lavorare la mattina, mi vengono in mente tante possibili opzioni, tante possibili cause, e tutte vanno vagliate per procedere per esclusione e trovare quella che sta agendo nella persona che ho davanti. E’ vero anche che la prima cosa che viene in mente è: ho un lavoro di merda (ops!) e non voglio più farlo, o devo cambiare qualcosa nel come lo affronto, ma non so esattamente cosa.

Altre volte però, dopo aver escluso tutta una serie di possibilità, scopro che la persona che ho di fronte è semplicemente introversa/o, e le possibilità che si aprono davanti sono:

  • so di essere introverso, me lo hanno detto: embé?
  • non sapevo di essere introverso, e quindi? Cosa devo fare per guarire?
  • so di essere introverso, quindi mi piace stare da solo, cosa c’entra questo con il mio lavoro? O con il mio sentirmi stanco a fine giornata?

Tutte queste opzioni – e molte altre in verità – rivelano una cosa sola: anche gli introversi sanno molto poco di cosa vuol dire essere introverso, e come bisogna ‘trattare’ questa caratteristica. Diciamo che si sono messi – o gli è stata messa – questa etichetta, e bon, finita lì.

A cosa mi serve sapere che sono introverso?

Serve perché introversione e estroversione sono alla base del nostro carattere, della nostra natura di essere umani. Quando facciamo delle scelte di vita che sono in linea con il nostro temperamento utilizziamo al meglio le nostre riserve di energia. Al contrario, se consumiamo troppe energie a fare la guerra alla nostra natura, succede l’opposto: ci esauriamo.

Quindi no, non è affatto finita lì, non basta mettersi un’etichetta! Faccio sempre il paragone con il colore degli occhi: un bel giorno ti dicono, o ti accorgi, che i tuoi occhi sono chiari, azzurri. Può piacerti, non piacerti, puoi mettere le lenti colorate, ma sotto sotto sei sempre una persona con gli occhi chiari. Però non è finita qui: se hai gli occhi chiari sai (o sarebbe bene che sapessi!) che vanno curati più degli altri, che vanno protetti, che sono sensibili, che ci devi prestare attenzione insomma.

Lo stesso vale per l’introversione: non ti basta sapere di essere introvers*, devi (dovresti) sapere anche che fare, cosa significa, come ti devi occupare di questa tua caratteristica, cosa comporta, come incide sulle tue relazioni, sul tuo lavoro, sulla tua vita, eccetera.

Per esempio, sul lavoro, dovrai sapere che lavorare in un ufficio open space potrebbe essere molto faticoso per te, e questo potrebbe avere esiti negativi sulla tua produttività, oltre che lasciarti spossato a fine giornata. Saperlo cambia le cose? Sì. Puoi chiedere di avere un ufficio tutto per te (difficile, capisco), o metterti (o farti mettere) in una posizione più tranquilla di altre, o ancora cercare di crearti uno spazio di lavoro protetto (con piante, divisori, cartelli Do not disturb, altri e molteplici stratagemmi): insomma, devi trovare il modo di ‘gestire’ una situazione lavorativa che potrebbe incidere negativamente sul tuo lavoro, lasciandoti esausto a fine giornata.

L’introverso e le riunioni

Molte volte mi sento dire dai clienti che odiano le riunioni: non si capisce mai bene lo scopo, si comincia a parlare di un tema e si finisce con un altro, il confronto è mal gestito e parla chi alza di più la voce, ecc ecc: al di là di ogni altra considerazione circa la gestione ottimale di una riunione, certamente un introverso in quella situazione fa più fatica: fatica ad esporre il suo punto di vista, fatica a volte a prendere la parola per la sua naturale tendenza ad ascoltare e a non interrompere chi parla, con il risultato che spesso non riesce a intervenire.

Un’altra cosa molto mal tollerata sono le riunioni senza un ordine del giorno condiviso e preventivo, che impedisce all’introverso di pensare prima, con anticipo cioè, a ciò che intende dire – sempre che ci riesca! – durante la riunione stessa: per l’introverso è infatti molto difficile pensare e parlare contemporaneamente, cosa che invece riesce molto naturale a un estroverso, che elabora il suo pensiero mentre lo espone. Non credo anzi è certo che non ci sia un meglio o un peggio, sono semplicemente due modalità diverse di cui sarebbe bene che chi convoca la riunione tenesse conto. Ma poiché questo tipo di consapevolezza temo sia piuttosto carente, il mio consiglio agli introversi è: fatevi avanti, dite quello di cui avete bisogno (un ordine del giorno chiaro e magari non infinito) e vedete cosa succede. Ho la sensazione che sia utile a tutti (ma magari sbaglio…) ma certamente per noi introversi fa la differenza.

Se poi riusciste anche a proporre che ci sia un moderatore che ‘arbitra’ gli interventi si eviterebbe il sovrapporsi di voci e discorsi, la voce alta a sovrastare l’altro, e la inutile ripetizione di cosa già dette… le riunione sarebbero certamente più brevi e più efficaci.

L’introverso e le pause

Un’altro importante aspetto che gli introversi – sul lavoro – sottovalutano ha a che fare con le pause (attenzione: che sono necessarie, per tutti!). Ma non è detto che la pausa caffè sia la cosa più adatta a un introverso, o quantomeno non ogni volta che si fa pausa. La socialità, la chiacchiera, stare in mezzo agli altri tendenzialmente affatica l’introverso, che poi deve trovare il modo di ‘ricaricarsi’. L’esatto opposto avviene per gli estroversi, che invece si ricaricano attraverso la socialità – e quindi per loro la pausa caffè è un ottimo sistema di ricarica.
Ma per l’introverso no. Non sempre almeno. L’introverso per ricaricarsi deve (deve!) stare da solo, magari nella natura (ma non esageriamo, siamo pur sempre al lavoro!): non lo dico io, anche se lo confermo, lo dicono gli studi e gli esperti. Quindi se sai di essere introverso e ti sei accorto (o forse no) che la pausa caffè ti succhia energie anziché ridartene, fai altro: vai in posto tranquillo dove puoi stare solo, fai un giro all’aperto, cammina, leggi.

Non intendo dire che devi rinunciare alla socialità in ufficio, ci mancherebbe! Dico solo che su il totale delle tue pause, devi bilanciare un po’ di socialità un po’ di solitudine. E trovare il bilanciamento giusto per te. Si può provare, no?

La mancanza di momenti di ricarica rende l’introverso nervoso, e alla lunga apatico: nulla lo interessa e tutto è faticoso, ma il problema – di solito – è solo che deve trovare il modo di ricaricare le energie, capire quando è il momento di fermarsi, sapere cosa lo ricarica e ricordarsi di farlo.

 

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