Da quando ho cominciato a occuparmi di coaching, oramai più di 5 anni fa, e a lavorare come coach il mercato è molto cambiato: ci sono molti più coach, l’offerta è varia e variegata, ma ancora spesso le persone si e mi chiedono cosa si fa durante un percorso di coaching e come posso aiutarle a superare la difficoltà per la quale si rivolgono a me. Ossia come faccio quello che faccio.

Sembra quasi che questa attività sia avvolta da un alone di mistero, ma forse è colpa del marketing 🙂

La realtà è che il lavoro di coaching è piuttosto complesso e non si riduce a un generico: vuoi A, te lo faccio ottenere io! Sarebbe molto bello – o forse no – ma è anche altamente irrealistico: è solo con i beni materiali, i prodotti insomma, che possiamo dircelo (voglio quel paio di scarpe, ok, ti dico io dove comprarlo).

Le complessità del cambiamento

Nel mio campo la faccenda è un po’ più complicata per svariati motivi:

  • perché le persone arrivano con una problematica che vogliono risolvere, e non con “voglio questo!”
  • perché a volte desiderano qualcosa di molto fumoso, che non è ben chiaro nemmeno nella loro testa
  • perché a volte man mano che lavoriamo scoprono che uhm, non è proprio quella cosa lì che volevano, ma ne volevano un’altra.

Il cervello lavora in modo complesso, a volte subdolo, a volte fuorviante per ragioni di “conservazione”, e bisogna imparare a distinguere cosa è “per il nostro bene” e cosa invece possiamo tranquillamente lasciar andare, o rischiare, senza compromettere la nostra incolumità.

Il nostro cervello invece, essendo molto votato alla conservazione (nostra) tende a vedere con sospetto, e anzi ad additare come “pericoloso” qualsiasi comportamento che esce dal “noto” e “abitudinario”. E invece quello che facciamo con un percorso di coaching è proprio questo: provare a fare qualcosa di nuovo, di diverso dal solito, che non abbiamo mai fatto. Ma il cervello subito ci dice noooooo, non farlo, è pericoloso! Per quello ci sono io, che ti dico vai tranquill*, non corri nessun pericolo reale, vai, prova, poi torna da me e vediamo com’è andata.

Ciò che vogliamo veramente

(Provare a) comprendere quello che vogliamo veramente è uno dei primi obiettivi di un percorso di coaching, non a 360° ovviamente, ma limitatamente al tema che mi viene portato dal cliente. Faccio un esempio che è abbastanza la normalità per me: il 99% dei miei clienti si rivolge a me perché “non ce la fa più” a fare il lavoro che sta facendo. E vuole cambiare.
Le ragioni di questo malessere possono essere le più disparate, ma non sempre sono esclusivamente legate al lavoro, molto spesso hanno a che fare con altri aspetti della vita che sono “in difficoltà”, e che ci rendono insoddisfacente o frustrante o peggio il lavoro che facciamo.

Altre volte ancora invece il malessere è strettamente legato all’ambito lavorativo, ma non è chiaro da dove arrivi: è il collega? Il capo? Il tipo di azienda? Le mie mansioni? L’organizzazione del lavoro? Perché non mi hanno dato la promozione? Perché fallisco tutti i colloqui? Un mix di tutte queste? Non sempre (quasi mai) ne siamo consapevoli, e se lo siamo, non sempre sappiamo come agire, cosa fare, per cambiare le cose.

Il mio lavoro consiste, in larga parte, nel comprendere dove sta il nocciolo della questione, e da lì partire mano nella mano con il cliente alla ricerca di soluzioni. Non sempre la si trova al primo colpo, più spesso bisogna tentare varie strade e vari approcci. Ma altrettanto spesso invece il coach riesce a vedere cose che il cliente non riesce a vedere, frase sibillina che applicata al marketing crea quell’aura di mistero che circonda la mia professione.

Come faccio a “vedere ciò che il cliente non vede”?

Non “vedo” cose, non ho nessuna palla di vetro né poteri soprannaturali (magari… farebbero comodo a volte!), semplicemente guardo con occhio attento e allenato e preparato e competente, chi ho di fronte a me. Ascolto in un modo “speciale”, cioè con tutta me stessa e veramente, profondamente, attentamente, chi ho di fronte. Non è affatto semplice, nonostante abbia scritto sopra “semplicemente”.
Ascoltare è un arte e per di più poco praticata; chi sa ascoltare è come i panda: in via di estinzione.

Quindi questo ascolto attento e profondo di solito sciocca abbastanza i miei clienti: non sono – non siamo – più abituati ad essere ascoltati con una tale intensità, e quando accade, wow, ci sentiamo capiti, accolti, compresi, ascoltati davvero. E lì accadono, sì, magie!

L’ascolto profondo e attento fa “vedere” cose che altrimenti non si vedrebbero, fa capire cose che vanno al di là di ciò che il cliente racconta a parole (sappiamo che la comunicazione è solo per circa il 7% verbale, il resto non verbale? Ecco , è quella cosa lì).

Ho poi un arma segreta – o superpower come dicono gli anglofoni – ed è il mio intuito, che mi suggerisce cose, pensieri, riflessioni che poi vanno verificati e messi sul tavolo delle prove, ma che a volte ci azzecca in pieno. Le intuizioni non sono “verità” ma pensieri che vanno sottoposti al vaglio della razionalità e sulla base dell’esito, accolti oppure rigettati. Ma certamente sono di grande aiuto nel processo.

 

 

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