Ho incontrato diversi clienti ultimamente che non hanno – o non hanno avuto – una carriera ‘lineare’, ossia una carriera che si è svolta classicamente da una laurea o un diploma in un certo ambito, e a seguire un lavoro – o più lavori – nello stesso settore, ma piuttosto un alternarsi di scelte diverse di impiego, apparentemente slegate l’uno dall’altro. Ed ecco la parola chiave: apparentemente.
Altre persone sono molto preoccupate dell’idea che si faranno gli altri, di come la prenderà il mondo del lavoro, di come verrà vista una loro eventuale scelta ‘non lineare’.

Io per prima ho una carriera – se così posso chiamarla, forse meglio un’esperienza professionale – non lineare, anzi decisamente irregolare. Come fare in questi casi? Ovvio che c’è chi si laurea, entra in un’azienda, magari cambia azienda e sale di ruolo, ma fa tutta la carriera all’interno dello stesso ambito – e va benissimo così. Queste righe sono però per quelli che dall’esterno sono percepiti come quelli che sono saltati di palo in frasca, ossia che hanno cambiato direzione alla propria carriera una o più volte (eccomi), e senza che vi sia un legame chiaro tra le varie esperienze. Apparentemente, dicevo.
Di recente un recruiter ha scritto su Linkedin “Quando selezionate nuovi candidati per la vostra azienda fregatevene della loro età, del sesso o della linearità dei loro Curriculum, ma cercate sempre di arrivare al centro dei loro caratteri (e dei loro cuori) per capire quali siano i loro reali talenti e poterli valorizzare al meglio”.
Ecco. Io sono assolutamente d’accordo. La linearità del cv non è necessaria. Ma spiegare bene le ragioni di questa non linearità, sì!

Come raccontare la propria storia professionale e valorizzare i propri cambi di carriera

Come valorizzare allora questi cambi e non venire percepiti come delle persone dalle idee confuse o peggio inaffidabili?
Intendiamoci: ci sono persone che hanno una carriera linearissima, e va benissimo così, ma forse dobbiamo ricordarci che non c’è solo un modo di fare le cose, che il mondo del lavoro è in costante cambiamento, che ciò che le persone cercano dal lavoro varia, da persona a persona.

Ecco dunque tre idee per spiegare bene la situazione:

  1. Per prima cosa evitare di sentirsi in colpa o vergognarsi del proprio cambio di carriera: non è detto che tutti siano fatti per fare la stessa (più o meno) attività tutta la vita. C’è chi lo trova noioso (io) e ha bisogno ogni tanto di cambiare, rimettersi in gioco, imparare a fare cose nuove. E perché no, anche cambiare settore. Vergognarsi di questa cosa non fa che peggiorare la situazione e le nostre chance di trovare un altro impiego, quindi fattene una ragione e procedi dritto e risoluto per la tua (nuova) strada. Cambia il tuo modo di pensare: lascia perdere il ‘cosa avresti dovuto fare’, e datti una pacca sulle spalle per aver provato a fare diversamente.
  2. Un secondo consiglio è più legato al ‘come mi presento, cosa racconto e come della mia esperienza pregressa’ – ossia a quell’apparenza che non vi sia un legame tra le nostre varie esperienze. Qui ovviamente bisogna giocare un po’ d’astuzia, e farci carico noi di spiegare a chi legge il nostro cv o a chi deve reclutarci, qual è il filo rosso che lega le varie esperienze: perché quel filo rosso c’è di sicuro, ma dobbiamo essere noi a trovarlo e raccontarlo agli altri, e spiegare che quella cosa lì è proprio la leva che di volta in volta ti ha portato a intraprendere delle strade apparentemente molto lontane tra loro. Costa un po’ di fatica, ma con un po’ di riflessione ci si arriva. Così di fronte allo sguardo un po’ disorientato del nostro selezionatore si sostituirà  un espressione di comprensione.
  3. Il terzo consiglio ha invece a che fare con il ‘dove vogliamo andare’, cosa vogliamo fare da lì in avanti, e cosa ci serve di quello che abbiamo alle nostre spalle e cosa no. E’ vero che da tutte le esperienze si può trarre qualche insegnamento da portarsi via – se ci riesci, ottimo – ma è vero anche che talvolta alcune esperienze sono state solo effimere e insoddisfacenti: allora lasciamole perdere, o quantomeno non soffermiamoci su di esse e facciamo in modo che anche l’interesse del nostro interlocutore non cada su di esse. Se non ci servono per la direzione che vogliamo prendere, possiamo tranquillamente tralasciarle.

Per quanto mi riguarda, ho capito con il tempo che il mio lavoro deve avere un significato, deve lasciare un segno nelle persone con cui lavoro; se perdesse questo senso, non potrei più farlo. E cambierei di nuovo, esattamente come ho fatto in passato.

E tu?

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