Hai mai pensato a come sarebbe la tua vita senza il lavoro? Per alcuni sarebbe un trauma che non vogliono nemmeno immaginare, per altr@ è una boccata di ossigeno, per altri ancora è fantascienza, altri mi risponderebbero con un “ma sei pazza? Ma che domanda è?”.


Io non so come sarebbe la mia vita, so però che se potessi non lavorerei, e mi dedicherei al 100% alle millemila attività che voglio fare e che ahimè non riuscirò a fare, nemmeno con due vite.
Però sì: se potessi scegliere, farei altro che lavorare.

Si è sempre fatto così! (Meh)

Nel corso della storia il lavoro non è sempre stato quella cosa che vediamo oggi – e non mi riferisco agli aspetti tecnici ovviamente – ma lavorare era una attività infima che veniva svolta prevalentemente da schiavi e/o da persone di rango inferiore. Quelli che invece erano di rango superiore (gli aristocratici), si occupavano di pensare, governare, andare a caccia, fare altre cose, tutto fuorché lavorare che era considerato un’attività piuttosto… indegna (Downtown Abbey, hai presente? Chi è che lavora?)

Come siamo arrivati alla situazione di oggi in cui più o meno tutti – salvo qualche eccezione diciamo – lavoriamo? E soprattutto come è successo che il lavoro ha fatto una scalata così veloce verso l’apice della piramide dei valori, assurgendo ad attività necessaria ma anche così legata al nostro valore di persone, tanto che se non lavori sei un fallito o non ti sei dato abbastanza da fare e in fin dei conti è colpa tua?

La risposta è molto complessa e io non credo di averla, ma ogni tanto guardare a quel che era prima, in epoche precedenti intendo, e ricordarsi che tante cose non sono come le viviamo oggi, fa bene per prendere consapevolezza e per chiedersi: cosa posso fare io allora, in questo momento e in questo contesto?
Oggi una cliente mi raccontava di una lavoro su turni che di fatto le impedisce di vedere la figlia di 2 anni: quando lei è a casa la figlia è all’asilo, quando la figlia è a casa lei è al lavoro, oppure dorme perché ha lavorato fino a tardissimo. Si può cambiare questa cosa? E come, dato che nessuno di noi ha il potere per cambiare un sistema, un’organizzazione, un’azienda?
La risposta è no, non possiamo, non abbiamo la forza di cambiare le organizzazioni in cui siamo, in cui lavoriamo, non da soli! questo è sicuro – e questo discorso ci porterebbe molto lontano, ma lasciamolo lì.

Che facciamo allora per cambiare le cose?

E quindi? Non c’è scampo? Sì, c’è, e la via d’uscita è provare a cambiare qualcosa di me, di noi, provare a modificare il nostro modo di agire, di pensare, di stare nel mondo e nel mondo del lavoro. Posso cercare un lavoro diverso, posso chiedere altri turni, posso chiedere che siano rispettati i miei diritti, posso chiedere dei permessi, insomma qualcosa posso fare!
Ma spesso – e sono, siamo, soprattutto noi donne – non ci diamo il permesso di farlo.
Rinunciamo senza nemmeno provarci o ci aspettiamo che arrivi qualcosa dall’altra parte, che si accorgano, che notino, che si rendano conto.
NO!
Chiedi!
Solo se chiedi ti sarà dato!
E no, non immaginarti o non dare per scontato che gli altri “si accorgano” di quello che fai, della tua dedizione al lavoro, di come fai bene eccetera -perché non è detto; e anche se se ne accorgessero, se non chiedi, non ti verrà dato nulla! Questa è una delle tante mistificazioni derivanti dal pensare all’azienda come alla nostra famiglia: l’azienda non è la tua famiglia, dove tutti sono (o dovrebbero, perché anche lì… mica sempre!) attenti a quello che fanno gli altri e a come lo fanno e a mostrare il relativo apprezzamento.

CHIEDI!

Questo è un esempio di tanti che potrei fare, ma la sostanza è: non è detto che si debba fare sempre come si è sempre fatto, non è vero che le cose non si possono cambiare. Con fatica, tanta a volte, qualcosa possiamo cambiarla e migliorarla. In noi stessi, nel nostro atteggiamento, e poi, a cascata, causarlo, provocarlo, in chi ci sta intorno.

Cosa puoi fare oggi, quale piccola azione puoi compiere oggi perché la tua situazione lavorativa migliori?

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