È molto facile, quando si attraversa un periodo di forte stress lavorativo, pensare che siamo noi i soli ad avere qualcosa che non va: ci diciamo che altri, nella medesima situazione, ce la fanno senza problemi; che stiamo facendo una tragedia di una situazione ‘normale’; che dovremmo sforzarci un po’ di più; che allora forse non valiamo niente, che forse non è vero che siamo così bravi a fare il nostro lavoro, e via così, in una spirale di auto accuse che non servono, davvero, proprio a niente.

Dimentichiamo – così facendo – una cosa fondamentale, ossia che il burnout non è (solo) il risultato di un nostro atteggiamento nei confronti del lavoro, ma anche di una situazione, di una organizzazione dell’ambiente lavorativo, che non funziona come dovrebbe. L’attenzione di chi osserva – e di chi si osserva da solo – è invece molto più sulla persona che sull’ambiente che la circonda, e si sostanzia in pensieri come: “ho qualcosa che non va. Fino a ieri andava tutto bene, riuscivo a fare tutto, cosa mi succede adesso?”.
E’ invece abbastanza chiaro da tempo che il burnout è il risultato di diversi fattori, tra i quali un ambiente tossico, disorganizzato, caotico, mal gestito o non gestito, più preoccupato della quantità (ossia dei risultati) piuttosto che della qualità del lavoro che viene svolto.
Storicamente il burnout è nata come malattia di chi svolge professioni di aiuto (psicologi, psicoterapeuti, assistenti sociali, infermieri, medici, eccetera), ma di recente (maggio 2019) il burnout è stato riconosciuto dall’OMS come malattia invalidante per qualsiasi tipo di lavoro e di lavoratore (ne ho scritto in questo post).

Come mai questa attenzione sulla persona e non su ciò che la circonda?

Un po’ è nella natura delle cose: ci chiediamo cos’è che non funziona in noi, cosa ci accade ‘all’improvviso’ – ma che invece tanto all’improvviso non è. Lo stress continuativo, giorno dopo giorno, sempre ugualmente alto e senza possibilità di vederne la fine, fa sì che la persona diminuisca pian piano la sua tolleranza verso di esso, e la sua capacità di affrontarlo e gestirlo. Quindi non si può parlare di un qualcosa che accade all’improvviso: è come la classica goccia, che pian piano scava e crea un avvallamento, e poi buco, più o meno grande – e anche in un sasso.

Dall’esterno, e molto spesso anche agli occhi del soggetto interessato, nulla sembra essere cambiato: il carico di lavoro è lo stesso, non ci sono stati cambiamenti di nessun genere (appunto!). Il punto è proprio questo: nessuno che ne aveva il potere è intervenuto per modificare una situazione stressante e rendere più agevole il lavoro. E probabilmente il soggetto non ha chiesto di essere sollevato da alcuni incarichi, progetti, mansioni, o quant’altro, lamentando la propria impossibilità a seguire tutto. Ma può succedere anche il contrario, e cioè che la persona in difficoltà chieda una mano, chieda di essere sollevata da alcuni incarichi o escluso da alcuni progetti, ma che dall’altra parte ci sia una levata di spalle (“questo è il lavoro e questo va fatto”, o anche “non posso farci niente” – la peggiore delle risposte) o, peggio ancora, che si riversi su di lei tutto il peso del ‘non farcela più’: “cosa ti succede?” “Come mai non riesci più a fare le tue (8000) attività che hai sempre fatto???

Ed ecco che il pensiero già presente nel soggetto (‘cosa mi succede? Ho sicuramente qualcosa che non va!’) viene rafforzato dal feedback che riceve da chi dovrebbe invece aiutarlo a capire che non ha niente che va, sta ‘solo’ facendo un superlavoro da troppo tempo. E che dovrebbe intervenire in suo soccorso.
È indifferenza? Cecità? Incapacità di affrontare le situazioni difficili? Probabilmente tutte queste cose assieme, che creano – o sono la conseguenza – di un ambiente di lavoro malsano.

Non sei l’unico, e non sei solo

Insomma, giorno dopo giorno si finisce per pensare di essere gli unici che reagiscono in questa maniera, che definiamo ‘esagerata’, che riteniamo ‘incomprensibile’ e ci puniamo ulteriormente dicendoci che chiunque altro reagirebbe in maniera diversa, saprebbe affrontare la situazione molto meglio di noi, e non si farebbe travolgere.
Ma non è così.
La verità è che quando si vive ogni giorno, per lungo tempo (mesi), e ininterrottamente, un carico di lavoro esagerato – mai sentito di persone a cui, a fronte delle dimissioni di un collega, è stato richieste di fare anche il suo lavoro?(nello stesso tempo e con lo stesso stipendio, ovvio!) – si crea una situazione emozionalmente pesante: perché il tempo per fare tutto non c’è, perchè le attività vengono svolte di corsa e senza la dovuta attenzione, perchè si è nervosi e irritabili vista la continua (e infruttuosa) rincorsa delle scadenze – è inevitabile che si arrivi a ‘non poterne più’.

Le conseguenze possono essere molto pesanti, sia fisicamente sia psicologicamente, ed è per questo che la cosa migliore è fermarsi per tempo, riconoscere che si sta vivendo una situazione difficile e soprattutto – o forse per prima cosa – evitare paragoni con altri, in altre situazioni: ogni situazione è unica e ogni persona è unica e diversa, e altrettanto uniche sono le combinazioni tra persone e ambienti (lavorativi, in questo caso).

Prevenire: ma come?

Il burnout è diventato una situazione comune, a prescindere dall’ambiente lavorativo, considerato il livello di pervasività che il lavoro ha assunto negli ultimi decenni. Per questo è importante stabilire dei confini precisi tra il lavoro e il resto della propria vita, coltivando e ‘difendendo’ quest’ultima, evitando anche di portarsi a casa il nervosismo e l’intolleranza che sono state accumulate durante la giornata lavorativa; e di converso stare attenti quando si cominciano a declinare inviti ‘perché devo lavorare’, non si va più in palestra ‘perché non ho tempo’, al cinema idem, la famiglia, o il compagno o la compagna si vedono di sfuggita, non esiste una progettualità fuori dal lavoro perché il lavoro è diventato pervasivo, occupa tutto il nostro tempo: le nostre giornate, le nostre nottate, i nostri weekend, e la nostra mente, sempre.

Stabilire confini precisi tra lavoro e il resto, è utile perché funziona da fattore di prevenzione: una persona, nel suo insieme considerata, che è piena di cose interessanti da fare, difficilmente ‘non si accorge’ che ci sta rinunciando. Magari inizialmente non se ne preoccupa, ma poi sì.
Insomma: rinunciare a tutto a favore del lavoro non è mai una buona idea!

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