Se c’è un’espressione che uso spesso e che sento spesso dai miei coachee è quella di sentirsi nella ruota del criceto: correre, correre e continuare a correre su se stessi, senza una meta, con il solo scopo di arrivare a fine giornata o a fine mese. E poi ricominciare. Quando ti accorgi di esserci cascato dentro, anche tu, è il momento in cui di solito partono anche alcune riflessioni: ma cosa sto facendo? È davvero questa la vita che volevo? E dove mi porterà?

Ovviamente le domande sono anche più semplici, o più complesse, più profonde o più tragiche, ma la sostanza resta la stessa e spesso resta senza una risposta precisa e con l’amaro in bocca. Sono tante però anche le persone che non si fermano qui e fanno invece il passo ulteriore: ci lavorano sopra.

Bartleby lo scrivano, titolo del racconto di Herman Melville del 1853, non sembra avere una forte predisposizione all’auto analisi, ma sembra avere chiaro che cosa non vuole: non vuole adeguarsi a chi gli chiede di fare qualcosa di diverso e di ulteriore. È buffo perché spesso questa chiarezza ce l’hanno in tanti, la chiarezza sul ‘cosa non voglio/cosa non mi piace’ e ce l’avevo anch’io (l’ho spiegato nel post Lavorare è anche un po’ cambiare) quando ho capito che ero finita dentro la ruota del criceto e che non mi stava più bene restarci, perché tornavo sempre al punto di partenza, come un automa.
Meno chiarezza la si ha invece su ciò che si vuole, e questo di solito ha come conseguenza che si rimane fermi per il semplice motivo che non si sa da che parte andare.

Cosa ci dice Bartleby

Con il famosissimo racconto di Melville facciamo un viaggio nel tempo, e guardiamo al mondo del lavoro e alle dinamiche che lo caratterizzavano nella società statunitense di fine ottocento, impegnatissima verso l’evoluzione e il progresso e nella quale la scelta di ‘non partecipare’ al sistema produttivo non era minimamente contemplata. Oggi le cose sono (un po’) cambiate, non c’è dubbio, anche se non direi che sono migliorate, forse direi involute: oggi ci si può permettere di abbandonare un lavoro che non piace per trovarne uno che dia soddisfazione e gratificazione, ma c’è sempre un prezzo da pagare: una grande disapprovazione sociale, in cui rientrano parenti, amici e colleghi, increduli di fronte a chi decide che no, quel lavoro bellissimo per il quale tutti farebbero la firma, o la fila, non è il lavoro per loro.

Bartleby forse fa un’altra cosa ancora: resiste. Resiste a chi gli chiede, con gentilezza, di fare qualcosa di diverso, ma nella sua resistenza – che potrebbe anche essere positiva – c’è anche ottusità, possiamo leggerla così, oppure c’è il desiderio di rimanere fedeli a se stessi di fronte a qualsiasi lusinga. È questo il bello dei grandi scrittori: che sono in grado di insinuarci il dubbio. È giusto? È sbagliato? Fa bene Bartleby a fare così? A resistere? O fa male? La sua fine, che non vi svelo, ci dice che fa bene o che male? È difficile dirlo, così come è difficile dire quando vale la pena fare qualcosa, o quando non ne vale la pena, quando è meglio stare zitti e quando è meglio parlare. Dipende, da un sacco di cose.

Ma quello che trovo estremamente interessante in questo racconto è che il personaggio di Bartleby è decisamente scomodo, fuori dalle logiche ‘normali’, anarchico quasi e così emblema della scelta volontaria di non partecipare, e quindi di uscire dal meccanismo produttivo. E questo lo rende un soggetto scomodo (tanto da essere accusato di vagabondaggio e incarcerato), e ne fa un uomo che agisce fuori dalle dinamiche indiscutibili in cui si muovono tutti gli altri. E questo me lo rende molto simpatico!

Le 5 persone che ci circondano

Per questo motivo consiglio sempre a chi si mette ‘in movimento’ per uscire dalla ruota del criceto di fare una prima, importantissima cosa: circondarsi di persone che lo/la supportano e che credono in ciò che sta facendo. Siamo o non siamo il risultato delle 5 persone che frequentiamo maggiormente? Sì, lo siamo, e allora meglio in questi momenti scegliere accuratamente di chi circondarsi. E allontanare – magari momentaneamente – gli altri. Sembra una stupidaggine, ma l’amico che lavora in una grande azienda e che ha sempre cercato il posto fisso potrebbe essere la persona meno adatta a sopportarci e potrebbe passare il suo tempo con noi a dirci: ma sei impazzito? Ma cosa ti salta in mente? Ma cosa pensi mai di poter fare di diverso?

Ecco, lasciamolo perdere, lo fa certamente pensando di essere nel giusto perché quella cosa lì è giusta per lui, ma per noi no…

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