Non sempre cambiare lavoro è la cosa giusta da fare (ne ho parlato anche in questo recente post), ma tante volte sentiamo che sì, è proprio la cosa giusta, quello che ci vuole per noi in quel momento. Il problema è che spesso non sappiamo verso dove, verso cosa. Nella mia esperienza lavorativa è stata sempre la noia la nemica più temuta, la molla che mi ha fatto sempre fare degli scatti in avanti, di lato, in qualsiasi direzione pur di spostarmi da dov’ero.

Ho iniziato a lavorare abbastanza presto, babysitter dai 16/17 anni, per guadagnarmi qualche soldo da spendere al cinema, per i libri o per uscire. Vedevo attorno a me persone che lavoravano, ma io ancora studiavo, per me erano lontane.
Ho capito cosa voleva dire lavorare quando, fresca di laurea in giurisprudenza, sono finita in uno studio per fare pratica legale, un modo come un altro per raggiungere un titolo che pensavo mi avrebbe dato di più. Non era così, ma questo l’ho scoperto dopo.
Ma lì, in quegli anni, ho cominciato a mettere in fila una dietro l’altra le cose che non mi andavano: non mi piaceva avere degli orari da rispettare, non mi piaceva dover restare alla scrivania anche se non avevo niente da fare, non mi piaceva fare la pausa pranzo quando la facevano tutti (troppa confusione, per niente rilassante).
Soprattutto sentivo che la mia mente funzionava meglio in certi momenti e peggio in altri, e che questi momenti spesso non coincidevano con le ore sul lavoro o con quelle fuori.

Insomma qualcosa ho cominciato a capire, di me e della mia relazione con il lavoro. E lì, alla prima occasione di screzio, ho deciso di andarmene, lasciare un lavoro prestigioso sulla carta ma che a me non dava abbastanza, e tentare un’altra strada, rimettermi a studiare, aprirmi altre possibilità. Devo dire a distanza di tempo che non è stato semplice, ma nemmeno così terribile: ero single, non avevo via un soldo e non ricevetti ovviamente una ‘liquidazione’, chiesi dei prestiti ad amici e parenti per iscrivermi a un Master in diritto ambientale, ma me ne andai, e piuttosto di corsa anche.
E poi abbastanza rapidamente le cose hanno (ri)cominciato a girare in modo positivo: frequentavo il Master al mattino, studiavo una cosa che mi piaceva, e lavoravo per mantenermi il resto del tempo. Faticoso, sì, ma allo stesso tempo stimolante.

La noia

Perché tra le cose che avevo messo nella lista dei ‘non mi piace’ c’era anche lei: la noia, le cose noiose da fare, ripetitive. Non sono mai riuscita, se non per brevissimi periodi, a fare la stessa cosa, lo stesso tipo di lavoro. Ho fatto l’inventario in un supermercato una volta, per un giorno, e mi sono anche divertita con i ‘colleghi’ studenti universitari come me, ma un secondo giorno mi avrebbe mandato al manicomio!
Imparo alla svelta e quando il lavoro l’ho imparato, comincio a stufarmi, a fremere dalla voglia di far qualcosa di nuovo e di diverso, e allora di solito cerco di inserire delle variabili, di cambiare qualcosa del processo, di inventarmi letteralmente cose nuove da fare, così, per non annoiarmi. Finché è stato possibile l’ho fatto, poi a un certo punto diventa impossibile e devi scegliere che fare, e io in quasi tutte le occasioni ho detto grazie e arrivederci, è stato bello fin qui, ma ora io scendo, esco dalla porta e vado a cercare altro.
Questo non vuole dire che l’abbia fatto a cuor leggero, piuttosto con i polsi che mi tremavano e il cuore in gola dalla fifa di non farcela, ma ho sempre fatto un bel respiro, chiuso gli occhi come quando ci si deve tuffare, e mi sono buttata.
Non me ne sono mai pentita, che è già un buon risultato!

Cambiare

Quando nel percorso della mia vita è arrivato il coaching ho cominciato a cambiare prospettiva, perché una coach mi ha aiutato a guardarmi da un altro punto di vista. E ho cominciato allora a scrivere la lista delle cose che mi piacciono di un lavoro, domanda non sempre facile a cui rispondere, soprattutto perché facevo allora un lavoro (redattore e editor in una piccola casa editrice), che cominciava a starmi davvero stretto, o che – potrei dire -, non era più il lavoro della mia vita. Sulla carta era perfetto, ma nella realtà delle cose lo era molto meno.
Cambiare (lavoro) non è mai facile, soprattutto se ad esso leghiamo chi siamo, e io mi sentivo molto quella cosa lì, e nient’altro. Quindi non sapevo cosa potevo fare di diverso e ho avuto molta paura in quella occasione, moltissima, non avevo un Piano B, tenevo famiglia e mutuo, e mi sentivo solo persa. Ancora una volta sapevo cosa non volevo, ma non sapevo cosa volevo.

Ho pensato di essere l’unica – è quello che pensiamo sempre tutti, no? Di essere i soli a provare ciò che proviamo, a stare così male in certe situazioni – e di essere anche un po’ stupida (perché non stai lì buona e ti accontenti?), ma ho capito – un po’ dopo – che mentre avevo avuto molto tempo e spazio per riflettere approfonditamente su quello che non mi piaceva più, non altrettanto avevo fatto con quello che volevo, e quindi mi sono fidata di chi mi ha detto: datti tempo.
E un bel giorno, alla fine, la lampadina si è accesa…

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