Quando chiedo alle mie clienti che lavorano in proprio qual è la prima cosa, o meglio la prima emozione, che sentono quando parlo di “mettersi in proprio”, la risposta è più o meno di questo tenore: eccitazione, slancio, euforia e poi, a stretto giro, paura. Sono le stesse sensazioni che ho provato anch’io all’inizio, e che devo dire tutt’ora mi accompagnano soprattutto quando mi viene una nuova idea e comincio a pensare a come realizzarla, “woow, che bello, non vedo l’ora” e poi anche “ce la farò?”
Hai mai pensato a come sarebbe la tua vita senza il lavoro? Per alcuni sarebbe un trauma che non vogliono nemmeno immaginare, per altr@ è una boccata di ossigeno, per altri ancora è fantascienza, altri mi risponderebbero con un “ma sei pazza? Ma che domanda è?”.
Lavoro in proprio, nel senso proprio del termine, da quando faccio la coach, ossia dal 2016. Ma sono sempre stata una freelance e ho raramente lavorato come dipendente. L’esperienza maturata sin qui facendo la coach, tuttavia, è stata decisamente la più formativa sia grazie alla natura del lavoro che svolgo – che è di per sé formativo e di crescita – sia perché effettivamente è stata la prima esperienza da “one (wo)man show”. E ho imparato davvero un sacco di cose.
Quando sei all’inizio della tua avventura nel lavoro in proprio, o quando sei in un periodo in cui le cose non vanno come vorresti, uno dei primi pensieri è quasi sicuramente un pensiero tragico, che può andare da “oddio ho sbagliato tutto!” a “nessuno vuole quello che vendo” e anche “quello che faccio non interessa nessuno”, e via così, come se un errore, un momento no (peraltro tutto da verificare che sia a causa tua o del momento o del mercato, o di qualsiasi altra cosa), un passo falso, un corso che non ha venduto eccetera, potesse mettere in discussione tutto dalle fondamenta. E tutto viene anche trasformato in un’accusa nei confronti di noi stesse (attività in cui siamo bravissime!).
Non ne puoi più, lo so, come tante delle persone, delle donne, che si rivolgono a me per fare qualcosa al riguardo, perché ok lamentarsi, ma poi ci si tira su le maniche e si prova a fare qualcosa per cambiare le cose. Ecco le risposte che hanno dato alcune donne con cui ho lavorato a 3 domande che ho posto loro. E le tue? Gli somigliano?