Cosa vogliamo dal lavoro? Credo che ci sia profonda confusione al riguardo e per quello che posso vedere credo che la ragione stia nel fatto che viviamo, stiamo vivendo, una fase di cambiamento epocale nel mondo del lavoro, con avanzamenti, progressi, retromarce, un andamento altalenante insomma che genera in tutti noi molta insicurezza e confusione, oltre che un buona dose di paura per il futuro. E dobbiamo ritornare alla base, a noi stessi, prima di tutto.

Credo che siano oramai in molti a volere dal lavoro soprattutto soddisfazione, la soddisfazione di fare qualcosa che ci piace davvero e di migliorare noi stessi e gli altri. Insomma, un lavoro ‘da amare’ , che ci faccia alzare dal letto la mattina con la voglia di correre a farlo.

Spesso però ci si scontra con chi ci dice che il lavoro è semplicemente lavoro: qualcosa che ci dà uno stipendio e che ci permette di vivere la vita che vogliamo (più o meno), e quindi basta con queste menate che cerchi il lavoro che ti piace, che cerchi un lavoro che abbia un senso per te, ma che storie sono mai queste? O peggio: ma chi ti credi di essere?

La verità – credo – è che il cambiamento è così forte che non possiamo né chiedere alla generazione che ci ha preceduto di capirlo, di capirci, di cambiare la propria visione del mondo del lavoro, né però adagiarci su quella visione e andare avanti senza porci domande. Perché le domande arrivano comunque, e tocca quindi tutta a noi la fatica di costruirci – e di stare in mezzo, navigando a vista – un concetto diverso del lavoro.

In un libro recente che ho letto sul tema del lavoro, mi ha colpito questa frase:
“Alongside a satisfying relationship, a career we love is one of the foremost requirements for a fulfilled life. Unfortunately, it is devilishly hard to understand oneself well enough to know quite where one’s energies should be directed”.
Per uscire da questa impasse l’autore suggerisce di capire meglio se stessi, conoscersi meglio, imparare come reagiamo in un determinato contesto e come in un altro, riflettendo e aumentando la conoscenza che abbiamo di noi stessi, la nostra consapevolezza, riguardo le situazioni in cui stiamo bene, lavoriamo bene, ci sentiamo bene.

Follia? Non credo.

Conoscersi, prima. Cercare, poi.

Questa idea del conoscere prima se stessi per poter poi trovare un lavoro che ci soddisfi mi gira in testa da un po’, ed è questo il motivo per il quale ho deciso di approfondire lo studio sulle personalità (partendo dalla mia): credo che solo conoscendosi in maniera più approfondita sia possibile fare i passi necessari e anche utili per trovare un lavoro che ci dia soddisfazione.

Perché uno degli ostacoli più grandi nel trovare un lavoro sta a monte, e consiste nel capire, nello scoprire, che tipo di lavoro fa per noi e ameremmo davvero fare. Non sapere cosa si sta cercando, in fondo, è molto pericoloso perché se non lo sai, né le competenze, né gli studi fatti, né le opportunità del mercato potranno esserti di aiuto. Ma come fare in caso effettivamente non si sappia cosa si sta cercando? Facendo. E accettando la possibilità che possa andare la male, che la prima strada che imbocchiamo non sia quella giusta – ma che potrà darci comunque degli indizi.

I test della personalità (ce ne sono moltissimi online, tra cui 16personalities.com) sono un buon inizio, un primo passo diciamo, ma vanno poi in qualche modo resi reali e tagliati su misura di ognuno di noi, scendendo dall’inevitabile genericità alla specificità di ogni individuo. Già, ma come?

Dal generale al particolare: lavora su di te

Fare il test è un inizio, e va bene anche leggersi, rileggersi e riflettere sull’esito. Benissimo. Poi però bisogna agire. E un’idea potrebbe essere per esempio fare un elenco dei propri punti di forza e vedere se corrispondono a quelli del risultato del test; se non corrispondono, può essere che di qualcuno di essi non ci siamo mai resi conto (anche se magari qualcuno dei nostri amici ce l’aveva fatta notare)? Oppure può essere che non l’abbiamo mai sfruttata abbastanza, finora?
Vale la pensa prendersi del tempo, e un bel quaderno, per mettere nero su bianco tutte le riflessioni che ci arrivano.

Lo stesso lavoro, e a maggior ragione, sarebbe bene – e utile – farlo per i punti di debolezza, chiedendosi cosa si può fare per migliorare, partendo da piccole cose, da piccoli passi: cosa posso fare oggi per migliorare questo aspetto? Quale piccolo passo posso fare oggi per ‘combattere’ questa mia debolezza? E così via.
Questa è solo la prima parte della fase ‘agire’… poi bisogna farlo davvero!

Pian piano scopriremo cose su di noi che non sapevamo, aspetti che non volevamo vedere o che tenevamo ben nascosti: è faticoso, è sicuro questo. Ma di grande soddisfazione. Anche perché, alla fine, avremo un quadro più completo di noi stessi e da lì potremo orientarci meglio nel capire cosa ci piace, cosa vogliamo e come – anche e soprattutto con riguardo al lavoro.

La chiarezza arriva solo con l’azione.

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