Secondo alcuni studi pubblicati negli Usa vi è un atto un fenomeno insolito e interessante: un deciso aumento del numero delle persone che scelgono di dimettersi per non tornare a una dimensione lavorativa pre-Covid che non riescono più a tollerare, soprattutto dopo aver provato le “gioie” (non sempre) dello smart working: la chiamano the Great Resignation.

Anche in Italia sembra esserci una tendenza in questo senso, e questo articolo sulla “stagione delle grandi dimissioni” lo spiega molto bene.

Io – se questa tendenza sarà confermata – sono molto contenta: il fatto che sempre più persone si rendano conto che le condizioni di lavoro in cui si trovavano non sono più accettabili, che la vita è altro e che non è detto che ci si debba immolare sull’altare del lavoro, lo trovo un fatto epocale.
Le persone che incontro appartengono a questa categoria, non sono supereroi né marziani, sono persone normali che si interrogano sulla qualità delle loro vite e del loro lavoro, e mi chiedono: ma davvero si può fare? Ovviamente rispondo di sì, e ovviamente aggiungo che non è facile, ma si può fare.
Ma la cosa che più mi colpisce è che il tema centrale dei nostri incontri molto spesso non è tanto – o non solo – cosa farò di altro, di ulteriore, di diverso, cosa sono capace di fare e come posso “riciclarlo”, ma piuttosto un tema più sottotraccia e molto molto bloccante che si traduce in: cosa penserà la gente di me?

Lo status

Nel suo libro L’importanza di essere amati, Alain de Botton ne parla diffusamente: l’ansia da status è una delle ragioni per le quali le persone restano in lavori che in altre condizioni non farebbero mai, lavorando con persone tossiche e dedicando la maggior parte del proprio tempo al lavoro. In Occidente, dice Botton, dalla rivoluzione industriale in avanti, “lo status è stato sempre più frequentemente associato al successo economico: una posizione sociale elevata è per molti uno dei bene più ambiti, anche se pochi sarebbero disposti a confessarlo apertamente”.

La corrispondente “ansia da status” è il timore di non essere aderente ai modelli di successo proposti dalla società e di conseguenza di perdere ogni dignità e rispetto; in definitiva, di perdere l’amore degli altri. Ed è in grado di creare indicibili sofferenze. L’opinione degli altri ha un’importanza cruciale, e in parte è normale, viviamo vite di relazione e siamo animali sociali; ma se gli altri – e le loro opinione – hanno così tanta importanza, dove siamo finiti noi? E la nostra, di opinione?

Solo quando ci “tiriamo fuori” – come è successo a molti – durante la pandemia, o come succede a chi decide di intraprendere un percorso di coaching, che ci accorgiamo che la nostra intera vita gira intorno al lavoro, ai suoi orari, alle mail, agli spostamenti ad esso connessi, e che tutto il resto passa in secondo piano. Mangiamo cibi poco sani e davanti al pc, non facciamo sport, non abbiamo una vita sociale, non abbiamo relazioni significative, la nostra casa è un accampamento e nel weekend – se non dobbiamo lavorare – siamo talmente stravolti che vegetiamo.
E’ vita questa? No, è lavoro con un contorno perlopiù sgradevole.

Abbiamo scoperto con lo smartworking (che tanto smart non è stato e non è ancora, ma di questo ho parlato già qui e non mi dilungo) che:

  • siamo un po’ meno stanchi – perché lavoriamo da casa,
  • mangiamo meglio – perché cuciniamo qualcosa noi che è quasi sempre meglio di un fast food;
  • siamo più efficienti – facciamo più cose in meno tempo, perché abbiamo meno distrazioni e interruzioni;
  • riusciamo a fare sport – perché risparmiamo tempo di spostamento e perché siamo più efficienti;
  • riusciamo a passare più tempo con le persone importanti della nostra vita (figli, compagni, amici, familiari)

Tutto questo ha fatto sì che qualcuno pensasse: indietro non torno. E non sono proprio pochi 🙂

Ovviamente ci sono tante gradazioni: chi ha contrattato qualche giorno di smartworking a settimana, chi ha richiesto maggiore flessibilità, chi ha proposto riunioni brevi e in orari “decenti”. E molto altro ancora. E poi chi ha detto “NO, se non mi dai niente di tutto questo, non mi concedi nulla, me ne vado. Qualcosa d’altro lo trovo senz’altro, una situazione più accettabile esiste, e comunque io questa non la voglio più. Per me voglio qualcosa di meglio”.

C’è chi è tornato su suoi passi, o meglio è stato costretto a farlo, e si sente di non avere voce in capitolo, sono tanti anche questi e a loro direi: alzate la voce, fatevi sentire. Qualcosa si può fare, sempre. E qualcosa si può dire. O quantomeno: accettare qualsiasi cosa senza dire nulla è sicuro non vi porterà da nessuna parte.

Il bisogno di controllo

Dove sta la necessità di tornare tutti e sempre in ufficio se i mesi della pandemia e del lockdown hanno dimostrato che si può fare diversamente e meglio? Che le persone spesso da casa lavorano meglio e sono più produttive?

Credo che l’unica risposta sia: la mancanza di fiducia e il corrispondente bisogno di controllare il lavoro delle persone. Ora, certamente c’è chi senza controllo cazzeggia – ma i correttivi ci sono e possono essere tranquillamente messi in atto. Ma esercitare il controllo a prescindere, indica una cosa e una soltanto: non mi fido di te. voglio averti tutto il tempo sotto gli occhi perché sono sicuro che quando non ti controllo, non lavori. Non so, mmmmh, dunque, che aggettivo ti viene in mente per questo tipo di comportamento? Infantile? Deresponsabilizzante? Perverso?
Di certo non mi sembra un buon viatico per un rapporto di lavoro proficuo.

Le persone lavorano (bene) e sono produttive se sono messe nelle condizioni di farlo, e non vengono trattate – a fasi alterne – come degli esseri da tenere sotto controllo, salvo poi richiedere loro “sforzi” perché siamo una grande famiglia e ci vogliamo tanto bene, richiedere autonomia di decisione e di operatività e, addirittura, intraprendenza. Mi sembra che non ci siamo.

 

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