Ascoltare chi abbiamo di fronte e ci racconta qualcosa è una capacità in via di estinzione. Ascoltare bene è molto di più che limitarsi a parlare di meno: è un insieme di capacità di domandare e rispondere, mostrare interesse in ciò che l’altro dice piuttosto che prepararsi una risposta, un giudizio, un consiglio. È ascoltare, e niente altro.

Un esercizio che faccio spesso fare ai miei clienti è la lista dei bisogni. Non si parla ovviamente dei bisogni primari (mangiare, avere un tetto sopra la testa, essere in salute, eccetera) ma ovviamente di bisogni più profondi, i bisogni dell’anima se si vuole, quello che ci serve per essere delle persone felici e vivere la vita con soddisfazione anziché solo sopravvivere.
Di solito la reazione è prima di perplessità (“sì, vabbè, ma a che mi serve?”), poi di sufficienza (“massì, dai, che ca+++te, lo so quali sono i miei bisogni!”) poi di fastidio (“Fffff devo anche scriverli? A mano? Ma perché???”) e infine di stupore – ovviamente dopo aver concluso la riflessione e l’esercizio – perché tanto nonostante la ritrosia io l’esercizio voglio che venga fatto!

La voglia di essere ascoltati

Ascoltare = udire con attenzione

In questo periodo ricevo tanti messaggi da persone che vogliono lavorare con me, ma anche da persone che partono fin dal primo contatto dicendomi che sono disillusi, stanchi, sfibrati, non hanno voglia di impegnarsi e quando li avviso che lavorare con me costa un po’ di fatica, replicano che volevano solo “un consiglio”.
Ho dedotto da molte di queste interazioni che là fuori che un mucchio di gente che ha voglia di parlare dei suoi casini, dei suoi problemi, di quello che ha passato e che sta passando, di come va al lavoro e nella vita, e non trova nessuno che lo ascolti veramente, e quindi si rivolgono a un estraneo che di professione ascolta. Come me.

[dovrei forse cambiare il mio job title da Coach a “Ascoltatrice”? Mah, c’è da pensarci!]

Sicuramente la capacità di ascolto è una delle qualità che andrà per la maggiore negli anni a venire, e non lo dico solo per tirare acqua al mio mulino, ma perché viviamo un’era di grande distrazione e di notevole abbassamento della capacità di concentrarsi e di ascoltare: lo vedo, quotidianamente, con le mie figlie. E’ un fatto, e dobbiamo registrarlo come tale.
Inoltre, la capacità di ascolto rientra nel novero dell’intelligenza emotiva di cui parla(va) già molti anni fa Daniel Goleman, autore dell’omonimo saggio. Per essere empatici, una qualità di chi è emotivamente intelligenti, bisogna saper ascoltare l’altro senza giudizio, con l’intento solo ed esclusivo di comprendere cosa sta provando, quali emozioni si stanno muovendo dentro di lui/lei. E magari, ponendo delle domande, far capire meglio anche al nostro interlocutore quale emozione sta provando e come fare per tenerla sotto controllo.

La capacità di ascoltare

Resta che la capacità di ascoltare risulta sempre più rara, e la capacità di ascoltare a lungo e senza distrazioni (e alludo al telefono, ovviamente) è diventata una vera rarità. Così quando ti trovi davanti a qualcuno che per un’ora intera (o anche più) ti ascolta senza fare nient’altro… ti sembra quasi impossibile; così mi ha detto una cliente giorni fa: “non ci sono più abituata, è una sensazione bellissima”.

Come fare, in pratica, ad ascoltare veramente? Ecco i miei consigli:

  1. spegnere il telefono, o metterlo silenzioso, e metterlo via (in un cassetto, nella borsa, dove non ci possa disturbare)
  2. guardare negli occhi il nostro interlocutore
  3. fare molta attenzione alle parole che usa per descrivere ciò che sente/ciò che è accaduto
  4. fare domande per capire meglio
  5. ripetere ciò che ci dice per verificare di avere inteso bene le sue parole – questa parte è utile a chi ascolta, ma anche a chi parla!

Gli introversi e l’ascolto

Devo aver detto sicuramente già molte volte (per esempio qui) che la capacità di ascolto è una delle più grandi qualità di un introverso, uno dei punti di forza che spesso non sappiamo nemmeno di avere tanto ci viene naturale.
Qualità che andrebbe sfruttata molto di più di quello che facciamo normalmente, e anzi andrebbe prima di tutto riconosciuta e poi sfruttata in ogni situazione, non solo nella vita ma anche sul lavoro.

 

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