Il termine Job crafting è stato coniato dalle Professoresse Amy Wrzesniewski e Jane Dutton nel 2001: si tratta di fare dei passi e delle azioni per ridisegnare e modellare il proprio lavoro adattandolo a nuove esigenze, interessi o gusti personali, cambiando mansioni, relazioni e percezioni riguardo il proprio lavoro. La premessa è che si rimane nello stesso ruolo, ma si riesce a trarre maggiore soddisfazione dal proprio lavoro semplicemente cambiando ciò che facciamo e quel che ci sta dietro.

In sostanza, ci muoviamo verso l’obiettivo di crearci un lavoro che ci piace, nel quale possiamo comunque fare bene, ma che è maggiormente allineato con i nostri punti di forza, le nostre motivazioni e passioni. Prevedibilmente, questo è stato collegato a una migliore performance, al raggiungimento di una intrinseca motivazione, e a una maggiore coinvolgimento dei dipendenti.

Cos’è il Job crafting

Secondo una prima definizione (Tims & Bakker, 2010), job crafting è “un approccio di iniziativa del dipendente che gli permette di dare una forma al proprio ambiente lavorativo in modo da renderlo adatto ai propri bisogni, attraverso un aggiustamento delle richieste e delle risorse”.

Tuttavia, gli sviluppi di un organizzazione partono sempre da un perchè, quindi secondo un’altra definizione è job crafting “un comportamento produttivo che i dipendenti utilizzano quando sentono che sono necessari dei cambiamenti nel loro lavoro” (Petrou et al., 2012)

3 modi di fare Job Crafting

Come ci si muove? In 3 modi, secondo Wrzesniewski, cioè attraverso 3 ‘comportamenti’ che i dipendenti possono tenere per diventare ‘crafter’ del proprio lavoro

  1. costruire attività/mansioni/compiti (task crafting)
  2. costruire relazioni (relationship crafting)
  3. costruire cognizioni (cognitive crafting)

Vediamole nel dettaglio

1. Task Crafting: cambiare le proprie responsabilità

Ossia modellare il proprio ruolo, aggiungendo o togliendosi delle responsabilità rispetto al proprio ruolo ‘ufficiale’ (ovviamente  discutendone con il proprio responsabile); oppure ancora cambiando la natura di alcune responsabilità, o dedicando un diverso ammontare di tempo alle varie cose che facciamo. Questo potrebbe non cambiare la qualità (o l’impatto) del lavoro che facciamo.
Per esempio, uno chef potrebbe prendersi il compito di preparare e servire il cibo, ma anche di creare impiattamenti artistici che rendano ancora migliore l’esperienza del cliente. Oppure: un conducente di autobus potrebbe decidere di fornire indicazioni turistiche alle persone che trasporta.

2. Relationship Crafting: cambiare le proprie interazioni con gli altri

Può trattarsi di cambiare con chi lavoriamo sui diversi compiti, con chi comunichiamo e intavoliamo una conversazione regolarmente. Un marketing manager può fare brainstorming con l’app designer per imparare come funziona quella app, sbloccando la creatività (magari di entrambi) e intessendo una relazione.

E ancora, un addetto al customer service potrebbe creare relazioni più intense con i propri colleghi che evadono un ordine e così imparare qualcosa che gli è utile anche nel suo lavoro e nel contempo costruirsi una rete di relazioni. Oltre a saper spiegare al direttamente al cliente come funziona il processo di evasione degli ordini nella sua azienda.

3. Cognitive Crafting: cambiare il proprio mindset (la propria mentalità)

Il terzo tipo di comportamento che si può provare a mettere in atto è il cambiamento della propria mentalità riguardo alle attività che svolgiamo. Cambiare la prospettiva su ciò che facciamo può aiutarci a trovare maggiore significato rispetto a qualcosa che faremmo ‘perché dobbiamo’. Cambiare le lenzuola in un hotel diventa allora meno legato al ‘pulire’ e più al ‘rendere il soggiorno delle persone più confortevole e memorabile’.

O ancora: anche se tecnicamente il mio lavoro è inserire ordini, se lo guardo come fornire al cliente una esperienza positiva, è molto più di significato per me rispetto a ‘inserire dati’; riformulare il proprio lavoro che parte di un disegno più grande sia esso l’azienda o la società in generale, permette di vedere il propio lavoro non più come un compito separato e sconnesso da tutto il resto, ma come parte di un tutto (Berg et al., 2010).

Con l’utilizzo di una o più di questi comportamenti è possibile dunque ridefinire, reimmaginare e trarre maggiore significato dal proprio lavoro.

Un esempio brillante di job crafting

Da cuoco a “artista creativo”

Prima del job crafting, il lavoro di questo cuoco consisteva (o almeno questa era la sua percezione) in compiti tra loro separati: ordinare il cibo, preparare i piatti da servire, tenere la cucina pulita e in ordine, collaborare con gli altri in cucina, messi insieme: preparare dei piatti di qualità in un certo tempo e osservando le norme igieniche.

Dopo il job crafting, in cui sono stati applicati tutti e 3 i comportamenti sopra indicati:

  • la prospettiva del cuoco è cambiata radicalmente: il cibo è diventato “creazione culinaria” apportando tutto un nuovo significato all’attività.  La passione del cuoco, è emerso, sta tutta nell’essere un artigiano del cibo.
  • in questa nuova prospettiva tutti i compiti che svolge sono significativamente interconnessi tra di loro e rispetto a un contesto più ampio. Il cibo non è più solo cibo ma un modo per esprimere la propria creatività. Di conseguenza, il cuoco si è dato compiti ulteriori, espandendo i confini del suo ruolo.
  • i clienti vengono percepiti come persone che possono dare un feedback, in modo che il cuoco possa migliorarsi e accrescere le proprie skills. Allo stesso tempo, ridefinire le sue interazioni contribuisce a migliorare i rapporti con i suoi collaboratori, che diventano davvero collaborativi. (Berg et al. 2007).

(leggi la seconda parte del post qui)

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[articolo liberamente tratto da What is job crafting?]