Quando è il momento di staccare, di darsi una pausa e la possibilità di ragionare e riflettere su ciò che si vuole, dal lavoro e dalla vita? Non c’è la risposta giusta, c’è una risposta diversa (e giusta) per ognuno di noi.

Abbandonare quel che abbiamo per le mani non è per niente facile, lo so perché l’ho provato, ma arriva un momento in cui sentiamo che è necessario, che non possiamo fare altro per riuscire a sopravvivere perché se continuiamo nella situazione in cui siamo, moriremo (esagero, eh? ma neanche troppo).

Questo post è un po’ forte: astenersi persone sensibili o che si offendono facilmente. Sono stufa di sentire persone che si lamentano e poi non fanno nulla, che dicono di star male ma non si curano, che dicono di voler fare ma non fanno, che parlano, e basta. Io sono per l’azione. Rifletto, penso e ripenso (anche troppo), ma poi agisco e non ci penso più: come va, va. In qualche modo, qualcosa ne uscirà.
Ma chi ha perso ogni speranza ancora prima di fare la prima mossa, no grazie, non sono la persona giusta.

Il corpo non lo ascoltiamo

Il corpo si accorge del malessere che stiamo vivendo molto prima della mente, che invece – essendo conservativa e volendo evitarci di correre rischi – ci ripete di tenere duro e stare dove siamo. Ma il corpo ha già capito tutto, molto prima, e ci dice solo: fermati. Respira. Ossigena.
Poi si aggiungono i colleghi, o gli amici, o i partner, o i genitori, o tutti questi assieme, a dirci che “sei matto? Ma dove lo trovi un altro lavoro? Come farai? Sei pazzo?”

Così finiamo per pensare davvero di essere pazzi e fuori dal mondo ad aver anche solo pensato di fare qualcosa di diverso, che voglio dire, li ascolti i telegiornali? Ma dove vivi?

Vivo qui, dentro a questo corpo, dentro a un corpo che mi dice ogni volta che può che non e la fa più, non ce la facciamo più noi qui, anima e corpo insieme, e anche se il cervello la pensa diversamente noi stiamo per crollare. Ogni giorno ti mandiamo un mal di stomaco appena sveglio e tu: niente. Poi ti mandiamo dei feroci mal di testa, ma niente, butti giù una pastiglia e fai finta di niente. Prima o poi ti manderemo segnali più forti, ti faremo mancare il respiro mentre cammini per strada, come se avessi un macigno sul petto, e ancora non capirai, o non vorrai ascoltarci. E allora passeremo a metodi forti: un infarto, un ictus, un collasso, un attacco di panico. Poi vediamo come la metti. Poi dovrai fare i conti con noi, non più con il tuo lavoro, perché forse un lavoro non ce l’avrai più, troppi giorni di malattia, troppa inefficienza.

Ma noi avevamo provato ad avvisarti: fermati, fermati, ti abbiamo detto e ripetuto. Ma niente, non hai voluto ascoltarci e hai preferito ascoltare il cervello che diceva “continua, vai avanti, non puoi smettere, sarà la fine!, continua così perché così sei al sicuro. Non rischiare!”. Che equivale un po’ a: ‘non vivere!’.

Poi all’improvviso tutta quella sicurezza che pensavi di avere perché avevi un lavoro (sicuro) è sparita, volatilizzata, sei immobilizzato in un letto d’ospedale, o se sei fortunato, sei a casa tua, con il cervello che non ti funziona più, che è andato in overload, e non ce la fa più a funzionare come prima. Oppure ecco, sì, hai un danno alla cervicale che ti provoca giramenti di testa continuamente anche lì, come fai? Riesci a malapena a girare per casa, figuriamoci uscirne.

Il lavoro non è la tua vita

Pensate che esageri? Davvero? Allora vi chiedo di farvi un check: quante volte avete avuto mal di stomaco nell’ultimo mese? Quante volte mal di testa? Quante volte avete dato la colpa a qualcosa che avete mangiato, o bevuto, o …..? Quante volte avete legato questi malesseri al lavoro che state facendo? Quante volte avete ascoltato il vostro corpo e cercato di capire cosa vi stava dicendo?
Se avete risposto: nessuna, mai, beh forse è arrivato il momento di farlo, prima che il corpo vi urli a pieni polmoni che non vi sopporta (e supporta) più, nella vostra smania, nel vostro volere lavorare 12 ore al giorno, nel vostro non trovare spazio per nient’altro – niente famiglia, niente amici, niente attività fisica, niente svago, perché ‘devo lavorare’.

Cosa puoi fare per uscire da questa situazione?

Idee?
Tutto le volte che mi viene fatta questa domanda, do la mia risposta, che è più o meno sempre la stessa e che scatena una reazione scomposta in chi ho di fronte, perché è l’ultima cosa che vorrebbero sentirsi dire: Fermati, e prenditi cura di te. Non è facile, fermarsi, soprattutto per chi è ‘abituato’ a lavorare tanto. E che vorrebbe solo da me un sistema per riuscire a fare tutto e bene, come prima, come all’inizio. Non c’è l’ho, quel sistema. Non credo ce l’abbia nessuno, in verità. Hai solo bisogno di fermarti un po’, riposare, prendere fiato, fare altro, lavorare di meno.
Se pensi che non sia possibile, la nostra conversazione finisce qui.

Se vuoi invece vedere se c’è una possibilità, anche per te, di fare qualcosa, possiamo continuare. Non ho la presunzione di essere la persona giusta, ma c’è pieno là fuori, rivolgiti senza esitare a qualcuno che ti ispira fiducia. E fai qualcosa.

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