Capita a volte di sentirsi talmente incazzati, frustrati, insoddisfatti del proprio lavoro e di pensare che l’unica soluzione sia il ‘mollo tutto e me ne vado’, con l’aggiunta di variabili che vanno da ‘apro un Chiringuito sulla spiaggia’ a ‘apro un bed&breakfast in quella-splendida-località e non ci penso più’. Già. Ma non è detto che sia così facile e non è detto che sia una cosa per tutti, o una possibilità per tutti.

La prima cosa che dico a chi viene da me dicendomi una cosa del genere è: calma. Rifletti e poi decidi – e non viceversa. e cominciamo così a riflettere insieme su cosa c’è che non va; perché se non risolviamo qualcosa, è facile che quella cosa che non va ce la porteremo dietro ovunque andiamo (anche sulla spiaggia e nel chiringuito, sì, certo). Senza contare che non tutti siamo fatti, o possiamo permetterci, di dire ‘mollo tutto’; ognuno ha la sua vita e i suoi impegni di vario genere, e c’è chi non ha proprio voglia di andare ‘altrove’, vuole stare dove è nato e ci sono i suoi affetti. Vale tutto, insomma.

La decisione di lasciare il proprio lavoro è sempre una decisione sofferta, per mille motivi, personali e professionali, per quello che c’è stato prima, per il tempo e le energie che abbiamo investito in quel lavoro, e anche per la frustrazione, lo stress o magari addirittura l’esaurimento che ci ha travolto e ci ha portato a pensare che lasciare, mollare tutto dall’oggi al domani, sia l’unica possibilità. Non è affatto l’unica. Ce ne sono molte altre di cui ho raccontato tra l’altro nel post che ho tradotto ‘3 modi per dare un significato al tuo lavoro senza cambiarlo’  e che in generale hanno a che fare più con ciò che siamo, il tipo di persona che siamo, che con il lavoro che facciamo. Ma questo è un altro post.

Lasciare senza un Piano B

Qui voglio proprio parlare dell’ipotesi di lasciare il lavoro e basta, senza un Piano B. Perché è quello che ho fatto io – e quindi conosco bene il tema – e perché credo che anche questa sia una possibilità, che in molti ci neghiamo, rifiutiamo addirittura di concepire, di pensare, perché è una cosa, diciamolo, disdicevole – così siamo sicuri penseranno gli altri – è una cosa che ‘non si fa‘, che ‘non si è mai visto!‘, che ‘devi ringraziare di averne uno, di lavoro‘, che ‘il lavoro è lavoro, mica ti deve piacere!‘, che ‘tanto poi anche se cambi a un certo punto ti stuferai/non ti piacerà più nemmeno quello‘, che ‘ti metti in proprio? E cosa vorresti mai fare?‘, e potrei continuare ore e riempire pagine.
Tutte cose che ho sentito con le mie orecchie, che hanno lasciato il segno sulla mia pelle, ma che non mi hanno fermata. Mi hanno senz’altro ‘trattenuta’, a lungo, ma non fermata. Perché? Perché il malessere era così forte da vincere ogni resistenza, mia o di altri. Perché sapevo che c’era un’altra via, ma non la vedevo, non riuscivo a immaginarla.

Ad un certo punto però, l’insofferenza verso il lavoro è diventata insopportabile e la capacità di vedere o inventarmi un Piano B impossibile, perché non avevo le energie né la lucidità per farlo. Così ho lasciato, e basta. Non sarei andata altrove, non sarei andata alla concorrenza, non avevo un altro contratto in tasca (seeeee, contratto…!), e peggio che peggio non sapevo cosa volevo fare.

Ricercare il proprio posto

Sapevo però alcune cose, e importanti: ero infelice, molto; rendevo infelice le persone che mi stavano attorno e mi volevano bene; rendevo infelici le mie figlie e mio marito. Volevo un lavoro che ricominciasse a darmi soddisfazione, a farmi andare con entusiasmo in ufficio, a farmi vedere un orizzonte a lungo termine più positivo. Volevo che non solo il lavoro, ma tutta la mia vita, ‘girasse’ in un altro modo.

Una delle tante obiezioni, la peggiore credo, fu: te lo sei potuta permettere. E chi lo dice? E che ne sapevano di me e della mia vita gli altri, per giudicare? E anche fosse stato così, in quanti di quelli con il sedere al sicuro avrebbero fatto la stessa scelta? Giudizi figli di una concezione antica e a mio parere malsana del lavoro, che deve essere fatica, sudore, sputare sangue per avere briciole, che adula chi sta in ufficio 16 ore e guarda con disprezzo chi esce alle 18 (ché, in fondo, non lavora…), che punta a generare sensi di colpa in chi ha avuto il coraggio di agire per cambiare, per tirarsi fuori da una situazione sgradevole. E forse perché in fondo se l’ho fatto io, lo possono fare tutti, ma ‘tutti’ non è detto che lo vogliano davvero fare, non come dicono almeno. Perché è sicuramente meno faticoso stare dove stai e lamentarsi. E basta.

Lasciare un lavoro senza un Piano B significa, o almeno ha significato per me, rimboccarsi le maniche e spaccarsi la testa per trovare una soluzione, una nuova strada, anche e soprattutto chiedendo aiuto – nel mio caso, a una coach! Questo non significa che tutti debbano fare così, ma che ognuno di noi è responsabile della sua vita – e nella ‘vita’ c’è anche il lavoro – e se qualcosa non gli piace deve fare qualcosa per cambiarla, invece che solo lamentarsi.

Ho lasciato per salvarmi, per essere felice, per essere la persona che volevo essere. E per lavorare alle mie condizioni, anche se è faticoso.

Abbandoniamo l’idea di lavoro che ci è stata inculcata, che il lavoro è solo ed esclusivamente un dovere. Lasciare un lavoro quando il lavoro non ci rende felici è il vero dovere: un dovere verso noi stessi.

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