La mia risposta è ovviamente SI! e ad essa aggiungerei che devono viaggiare assieme! Ma basta salire su un treno della metropolitana – qui a Milano – nell’ora di uscita dall’ufficio per sentire un sacco (davvero un sacco) di conversazioni telefoniche che hanno per oggetto l’appena trascorsa giornata lavorativa, e di solito le lamentele riguardo all’organizzazione del proprio ufficio (scarsa e/o inefficiente), la disponibilità dei colleghi e dei capi al confronto (scarsa e/o assente), la sensazione del ‘così non si può andare avanti, non ce la faccio più’.

Purtroppo siamo un paese molto arretrato in tema di cultura del lavoro e di efficacia del lavoro, un paese dove ancora se sei in difficoltà per un sovraccarico di lavoro la risposta che ricevi dai tuoi superiori è “E’ così, che posso farci?”; o dove si crede ancora possibile tenere le persone al proprio posto dicendogli cose tipo: “non crederai mica di trovare un altro posto (magnifico!) come questo, là fuori, vero? E’ meglio che ti tieni stretto questo e ringrazi di avere un lavoro!”. Sono racconti origliati in metro, ma anche dialoghi con amici e amiche che lavorano nei più svariati settori e con le più diverse forme contrattuali.

Abbiamo, evidentemente, un problema. Abbiamo un problema se anche nelle grandi aziende del settore no profit si comincia a parlare di smart working oggi, con la prospettiva di renderlo reale ed effettivo per i lavoratori tra 3 anni (!). Abbiamo un problema se ancora c’è chi pensa che l’unica cosa che conti davvero sul lavoro è lo stipendio, quando un sacco di persone, giovani in testa ma anche meno giovani vogliono soddisfazione, gratificazione, vogliono sentirsi parte di qualcosa. Abbiamo un problema se le donne lavoratici sono sempre guardate con sospetto sia che abbiano figli (“quanto riuscirai a lavorare?”) sia che non e abbiano (“e come mai?”), insomma sempre una spina nel fianco, un bomba ad orologeria che prima o poi salterà in aria.
Quanto dovrò ancora ascoltare questo genere di conversazioni? Riusciranno le mie figlie a trovare un mondo lavorativo diverso, più equo e più soddisfacente?

Le persone sono cambiate, i lavoratori sono cambiati, il lavoro è cambiato ma le aziende, soprattutto quelle italiane, sono ferme al palo, come fossimo ancora negli anni ’50.

Raccontavo in questo post dell’esperienza lavorativa di mia mamma e ahimè non credo che siano stati fatti molti passi avanti da allora.
Eppure. Eppure qualcosa si muove, ma ancora non ha la forza di una rivoluzione. Le persone lasciano lavori che detestano, perché anche quei pochi spiccioli che portano a casa non colmano quel senso di vuoto e di assenza di speranza che riempie invece le loro giornate: e io ho la fortuna di incontrarne tante. Che sono spaventate, che stanno male, che non ce la fanno più ma che sono decise a cambiare il corso degli eventi, decise (anche se impaurite) di mettersi al timone e di dire “no, questa cosa per me non la voglio più, voglio qualcosa di più”.

È il motore dell’evoluzione, dello sviluppo, del cambiamento delle persone, la molla che fa scattare qualcosa e che ci fa dire che ci sarà qualcosa di meglio per noi nel mondo. Ed è proprio così, qualcosa di meglio c’è sempre. Certo bisogna essere disposti a mettersi in gioco, a cambiare la propria prospettiva, a ragionare un po’ fuori dagli schemi cui ci siamo abituati: ma si può fare. E ancora bisogna essere disposti a cambiare qualche rotella dell’ingranaggio, in modo che tutto l’ingranaggio (cioè la nostra vita) si riassesti su un nuovo equilibrio. E questo è faticoso ed è complicato, io lo chiarisco sempre ai miei clienti, perché non ci siano dubbi: se non hai messo in conto di fare un po’ di fatica, non raggiungeremo nessun risultato, perché sei tu a correre nell’arena, non io.

Con il percorso che facciamo assieme, però, potrai contare sempre su di me e sul mio appoggio incondizionato, su una spinta continua affinché tu riesca a dare il meglio di te, ma anche su qualche feedback un po’ scomodo.

Vuoi provare? Fissa un incontro conoscitivo con me, è gratuito e senza impegno!