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Creatività, flusso, lavoro e ikigai

Quante volte proviamo l’impulso di fare qualcosa di nuovo, di diverso, in una parola di creativo, e non lo facciamo?
Cosa ci trattiene? Cosa ci frena dal rilasciare là fuori, nel mondo, le nostre idee, i nostri progetti, le nostre idee più folli?
E’ il ricercare continuamente la ricompensa, la gratificazione, il riconoscimento, possibilmente immediato, quando facciamo delle cose, e in particolare quando lavoriamo.

Secondo l’autore de Il piccolo libro dell’ikigai, Ken Mogi, neuroscienziato, ‘dimenticarsi di sé’ è una della chiavi per essere felici, ossia dimenticare, cancellare il pensiero che stiamo facendo qualcosa che deve andare nel mondo e quindi essere sottoposto al giudizio altrui. E restare invece concentrati sul momento, su quel che stiamo facendo, sulle mia dita che scorrono sulla tastiera e che scrivono queste parole con le quali sto cercando di spostare dalla mia mente a questo blog quello che ho capito, o che comunque mi sono portata a casa, leggendo questo libretto.

Cosa può insegnarci ‘Bartleby lo scrivano’, di H. Melville

Se c’è un’espressione che uso spesso e che sento spesso dai miei coachee è quella di sentirsi nella ruota del criceto: correre, correre e continuare a correre su se stessi, senza una meta, con il solo scopo di arrivare a fine giornata o a fine mese. E poi ricominciare. Quando ti accorgi di esserci cascato dentro, anche tu, è il momento in cui di solito partono anche alcune riflessioni: ma cosa sto facendo? È davvero questa la vita che volevo? E dove mi porterà?

Lavorare è anche un po’ cambiare

Non sempre cambiare lavoro è la cosa giusta da fare (ne ho parlato anche in questo recente post), ma tante volte sentiamo che sì, è proprio la cosa giusta, quello che ci vuole per noi in quel momento. Il problema è che spesso non sappiamo verso dove, verso cosa. Nella mia esperienza lavorativa è stata sempre la noia la nemica più temuta, la molla che mi ha fatto sempre fare degli scatti in avanti, di lato, in qualsiasi direzione pur di spostarmi da dov’ero.

Coraggio, vulnerabilità, appartenenza

Coraggio, vulnerabilità e appartenenza sono alcuni dei temi su cui incentra la sua ricerca Brenè Brown, docente di sociologia all’Università del Texas. L’ultimo suo libro, Braving the wilderness, è un saggio molto interessante sulla necessità di ‘appartenere’ (belonging) soprattutto a se stessi, di essere fedeli in ogni momento a ciò che siamo e a ciò in cui crediamo, e sulla necessità di far sentire la propria voce per restare coerenti con i nostri valori, soprattutto nella complicata società attuale.

Una mia amica smette a 50 anni

“Lavoro fino ai 50 anni, poi smetto, vado in pensione”. “Come in pensione? A 50 anni???” “Sì, beh, non vado proprio in pensione, però smetto di lavorare, basta”.

Questo mi ha detto giorni fa una cara amica, mentre chiacchieravamo in una sua – insolita e rarissima – giornata di ferie.

Non è una donna abituata ai colpi di testa, è una sensata, risoluta, grande lavoratrice dal giorno dopo la laurea, vent’anni di esperienza alle spalle, una donna che non si è mai fermata tra un’azienda e l’altra di quelle che ha cambiato, che ha fatto sempre e solo 15 giorni di vacanza d’estate, che nella sua vita, per usare le sue parole, ha finora ‘solo lavorato e studiato’. Aggiungo che si è sempre fatta un mazzo tanto, e il quadro è completo.

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